Confinamento da Atene, Grecia

Argomento: Confinamenti
Pubblicazione: 11 maggio 2020

La festa di vivere in centro
di Dimitri Deliolanes
Atene, GRECIA


Abito a Exarchia, nel centro di Atene. Mi piace molto stare qui. In tempi normali mi divertivo tantissimo ad andare in giro a piedi, usavo la metro solo per spostamenti più impegnativi. È la festa di vivere in centro; avere il privilegio di guardare questa città antica dritto negli occhi.

Il centro di Atene è molto cambiato negli ultimi decenni. Milioni di ateniesi hanno dato retta alle mode promosse dalle TV private e sono andati a vivere in quartieri residenziali, isole desertiche e lontanissime. Ora le banche mettono all’asta le tante case residenziali non finite di pagare.

Il centro si è svuotato, molte villette antiche in stile neoclassico sono abbandonate e ora occupate da senzatetto e immigrati, quando non sono pronte a crollare. È uno strazio, tutta l’architettura greca diventa polvere ma non importa a nessuno. Ne parlo con gli amici, ma mi guardano come fossi un marziano. Forse lo sono. E continuo a passeggiare, guardare e talvolta anche fotografare questi ruderi, una volta splendidi palazzi signorili. E sogno un’Atene che non c’è più.

In questo tempo di epidemia anche Exarchia è un deserto, attraversato da qualche sparuto padrone di cane. Rari gli incontri per strada quando esco. Perché a Exarchia mi muovo fra due case. C’è quella in cui abito con la mia bella, che si chiama Gogò, e un’altra, pochi metri più in là, in cui lavoro, per usare l’espressione forte cara a D’Alema. Lo studiolo è piccolino, un pied-à-terre, come si diceva una volta, pieno di libri, ritagli, giornali vecchi, riviste, cd player e un computer, dove ora batto queste righe.

La mia routine giornaliera prevede una sessione mattutina per leggere i giornali e rispondere alle mail, intervallo per il pranzo con la fedele consorte e una sessione pomeridiana in teoria più creativa. Tutto ciò per spiegare che le mie passeggiate nel quartiere le faccio, compilando un foglietto con i miei dati. Il percorso prevede una sosta all’edicola, il periptero – per chi ha fatto il classico – per i giornali e le sigarette della signora. Non più di 200 metri due volte al giorno. Giusto per sentirsi attivi.

In questo tempo di epidemia, più che scrivere, leggo. Ho un armadio pieno di libri da leggere ma c’è qualche strano incantesimo: succede che questi libri non diminuiscono mai, al contrario, diventano sempre più numerosi. È un vero mistero.

Per fortuna ho appena fatto in tempo a finire la traduzione in greco di una serie di articoli giornalistici di Antonio Gramsci da pubblicare in volume. Un’idea di un amico editore, anche lui con gli uffici a Exarchia. Ai bei tempi andavo una o due volte la settimana a fare un caffè insieme.

Ho selezionato gli articoli più interessanti dalla rubrica Sotto la Mole, ho scritto le note e ora l’introduzione tra il giornalismo e la militanza politica dell’illustre autore.

L’amico editore mi assicura che Gramsci è noto e apprezzato in Grecia. Qualcosa è stato tradotto in galera all’epoca dei colonnelli, qualcos’altro più tardi da traduttori ex studenti dall’italiano incerto, mentre di recente alcune opere sono state tradotte dall’inglese. Mi chiedo quindi cosa si sappia e cosa si apprezzi di lui.

Se qualcuno mi chiede cosa faccio durante la chiusura monacale, rispondo che sto diventando pazzo tra i congressi del Partito Socialista, quelli del Partito Comunista d’Italia e quelli dell’Internazionale, per cercare di capire meglio e inquadrare nel giusto contesto gli articoli più importanti. Bisogna poi spiegare la parallela ascesa del fascismo, un fenomeno poco conosciuto qui, scambiato spesso per una dittatura militare.

Mentre mi occupo del delitto Matteotti, dell’Aventino e delle stragi squadriste, ho in mente le immagini di Exarchia alla fine dell’anno scorso, dopo la vittoria della destra alle elezioni. Immagni vergognose con i poliziotti antisommossa in ogni angolo a importunare le studentesse, umiliare ragazzini spogliandoli in strada, insultare, minacciare e picchiare chiunque trovassero a tiro. Exarchia era il quartiere simbolo della ribellione giovanile e andava punito in blocco. Lo dico sempre e lo ripeto: questo è un paese che ha vissuto una lunga e feroce guerra civile e i vincitori non hanno mai voluto la pacificazione.

Hanno anche sgomberato, e con tanto di diretta TV, i palazzi occupati da profughi e immigrati, e hanno murato gli ingressi per non farli tornare; così ora abbiamo palazzoni vuoti e centinaia di famiglie che vivono in strada.

Non guardo la TV perchè è disgustosa. Vero schifo. Ogni pomeriggio alle sei c’è la conferenza stampa sulla diffusione del virus. L’ho seguita per due o tre giorni, poi ho smesso, mentre Gogò insiste ancora a volersi informare, accusandomi di non essere un vero giornalista. Ha ragione: non sopporto più la cialtroneria. Di solito accendo la TV solo dopo mezzanotte, quando finisce il trash e c’è la speranza di imbattersi in qualche film interessante.

Gogò dà una mano a una cucina sociale di Exarchia. In tempi normali lei e i suoi amici fornivano pasti gratis, in faccia a Milton Friedman, ogni sabato. Nella stessa sala negli altri giorni si tenevano lezioni di greco e di altre lingue – e lo spagnolo va per la maggiore – presentazioni di libri e altre manifestazioni culturali, spesso con l’assedio di poliziotti fuori dalla porta.

Ora c’è una rete di ragazzi delle consegne che distribuisce 150 pasti al giorno. Il giorno della Pasqua ortodossa le richieste sono arrivate a 2.500 pasti. La materia prima per i piatti non manca mai. Nel quartiere c’è una raccolta permanente e la gente offre cibo con grande generosità. Ci conosciamo, tutti sanno chi è chi e cosa fa. Le persone che si trovano in condizione di bisogno non sono soltanto immigrati, molti sono greci, pensionati, ragazzi sbandati, donne sole. Prima dell’invasione poliziesca parecchi di loro si aggiravano da queste parti, ora sono dispersi in tutta la città.

La più grande sofferenza è stata festeggiare la Pasqua rinchiusi dentro casa. È la festa più importante degli ortodossi e chiudere le chiese è stata una decisione molto difficile. Ci sono mancati gli splendidi salmi bizantini del Venerdì Santo, il santo lume della Resurrezione che si diffonde nelle case e l’agnello allo spiedo della domenica.

Alla fine però non mi posso lamentare. Quando ero molto piccolo le amiche di mia madre che si divertivano con l’astrologia decisero che sono Toro di segno. Sull’ascendente c’è incertezza, poichè rimane difficile calcolare l’esatta congiunzione astrale sulle coordinate di Alexandroupolis, Tracia, la mia città natale. Comunque sia, da buon Toro tracio sono un gatto di casa. Mi piace stare in casa, anzi sto più in casa che fuori, anche senza divieti governativi. L’uomo giusto per ogni epidemia.