Intervista a Ersi Sotiropoulos, scrittrice greca

Argomento: L'intervista
Pubblicazione: 1 aprile 2019

Ersi Sotiropoulos è nata a Patrasso e vive ad Atene. Ha trascorso molti anni in Italia per ragioni di studio. I suoi romanzi, racconti e poesie sono stati tradotti in diverse lingue. In Grecia è stata insignita due volte del National Book Prize, del Book Critics Award e del Premio Academy di Atene, nel 2017 ha vinto in Francia il Prix Méditerranée Etranger. Abbiamo incontrato Ersi Sotiropoulos a Book Pride Milano 2019 durante la presentazione del suo nuovo romanzo Cosa resta della notte (nottetempo, 2019), tradotto da Andrea di Gregorio. Riportiamo qui di seguito l'intervista.

NdT ‒ Il suo mestiere di scrittrice l’ha portata a visitare tutto il mondo dove è sempre bene accolta dai lettori e dalla critica. È una sorta di ambasciatrice della letteratura contemporanea greca. Crede che questo darà più slancio agli editori europei a valutare maggiormente gli autori greci?

ES ‒ Spero di sì. La portata degli autori greci è limitata perché su scala internazionale il numero di lettori che possono leggere la letteratura greca in lingua originale è trascurabile. È molto difficile per una piccola letteratura in traduzione rompere la barriera di un mercato regolato in gran parte dal monopolio della lingua inglese. Come diceva Luis Bunuel "Conosciamo i capolavori della letteratura mondiale solo attraverso le grandi lingue e, naturalmente, ci sfuggono capolavori scritti in piccole lingue, in lingue di portata limitata, a cui non abbiamo accesso".

NdT ‒ Il suo romanzo Cosa resta della notte, mostra bene il suo lavoro sulla vita personale di Costantino Kavafis, e del tour europeo dove il poeta greco incontra il mondo e la sua poesia sboccia. Quanto è importante anche per lei viaggiare per scrivere?

ES ‒ Parto frequentemente e per lunghi periodi. La distanza mi aiuta a concentrarmi meglio. Quando viaggio sono me stessa. Penso che questo sia valido per tutti. Quali altri momenti tranne quando viaggiamo siamo noi stessi? Senza quei riferimenti quotidiani, senza quelle piccole abitudini che ci sostengono ma che allo stesso modo ci confinano, diventiamo di nuovo curiosi, liberi, aperti a nuove esperienze.

NdT ‒ In Cosa resta della notte quanto c’è di finzione narrativa nel racconto dei tre giorni della vita di Kavafis e quanto di realtà?

ES ‒ C’era un vuoto di informazioni intorno a questo viaggio. Questo mi ha intrigato. I dati reali sono il tempo ‒ il viaggio è stato fatto tra maggio e giugno 1897 ‒, il fatto che Costantino fosse accompagnato dal fratello John, e che hanno alloggiato all’Hôtel Saint Pétersbourg. Tutto il resto è finzione.

NdT ‒ In Cosa resta della notte leggiamo inoltre della presenza soffocante della madre e della quotidianità asfissiante nella minoranza greca ad Alessandria, due grandi limiti che il poeta ha saputo arginare nel riflesso della sua poesia. I dettagli della personalità di Kavafis raccontati nel romanzo sono una sua interpretazione?

ES ‒ Sì e no. Ho letto tutte le testimonianze, scritti, lettere, ecc. di persone che l’hanno conosciuto. Inoltre c’è stato il mio lavoro precedente su di lui, la mostra organizzata a Palazzo Venezia a Roma e il documentario dedicato a lui, fatto per la televisione francese. Penso di essermi avvicinata il più possibile alla voce interiore del personaggio. Comunque l’arte è arbitraria e deve rimanere tale.

NdT ‒ Il suo romanzo può essere anche inteso in maniera assoluta, di rinascita per chiunque riesca a liberarsi dai condizionamenti e da tutto quanto ostacoli il proprio talento. Perché ha scelto proprio Kavafis per esprimerlo?

ES ‒ Non so se ho scelto Kavafis. Kavafis ha scelto me. Da dove viene l'arte? Qual è la sua fonte? Questa è la domanda che si pone nel mio libro. Kavafis è stato per me l’occasione e anche il pretesto per esplorare il rapporto tra desiderio fisico e creatività.

NdT ‒ Può spiegarci la metafora del titolo Cosa resta della notte nel contesto del romanzo?

ES ‒ Cosa resta della notte viene da un verso di Isaia. Non significa "che cosa resta della notte", ma "quanto rimane della notte", "quando si farà mattina".

NdT ‒ Lei parla bene l’italiano, il francese e l’inglese, è una scrittrice che segue il destino dei suoi libri nelle diverse traduzioni?

ES ‒ Rivedo le traduzioni nelle lingue che conosco, ma il destino dei miei libri all’estero non dipende soltanto da me.

NdT ‒ Quanto è importante per lei questo aspetto editoriale?

ES ‒ Nei miei romanzi il linguaggio e lo stile sono molto importanti. Siccome non si tratta di libri d’azione, una traduzione fatta alla leggera, può disfarli, renderli illeggibili.

NdT ‒ Durante la presentazione di Cosa resta della notte ci ha parlato inoltre di alcuni momenti di disperazione nella scrittura di un capitolo. Quanto è difficile il mestiere dello scrittore?

ES ‒ Non è difficile, è duro. Ci vuole persistenza e pazienza. Naturalmente parlo per me.