Intervista a Sara Cavarero

Argomento: L'intervista
Pubblicazione: 28 settembre 2020

Intervista a Sara Cavarero
di: Dori Agrosì
Confinamento a Buenos Aires


Sara Cavarero è nata a Torino da madre spagnola. Laureata presso l'Università di Torino, si dedica da anni alla traduzione letteraria dallo spagnolo, dal catalano e dal portoghese. Collabora con numerose case editrici e con alcune testate giornalistiche. Fra gli autori tradotti, Sara Mesa, Inés Garland, Mario Levrero, Marta Rojals, Care Santos, Martín Caparrós, Agus Morales, Dolores Reyes.


Buongiorno Sara, quando hai deciso di fare la traduttrice dallo spagnolo?
A differenza di molti colleghi che magari hanno fin da subito sentito la “chiamata”, io sono stata un po’ sorda e l’ho sentita soltanto dopo un po’ che mi ero laureata. Non avevo ben chiaro cosa avrei fatto del mio futuro, all’epoca pensavo più che altro a sopravvivere economicamente. Ed ero insoddisfatta, ovvio. Poi un giorno ho cominciato a pensare a quali fossero le cose che contavano per me e a come poterle magari integrare nel mio lavoro. Sono cresciuta in una famiglia bilingue (anzi, trilingue) mia madre è spagnola, di Barcellona, e i miei più bei ricordi - nonché i miei affetti più cari - appartengono alla Spagna. E così l’ipotesi di lavorare con questa lingua con cui sono cresciuta ha iniziato a farsi strada. Poi forse la vita ti mette davanti dei “segnali”, chissà, e complice un sogno in cui Fernanda Pivano mi consigliava di intraprendere la strada della traduzione (poverina, figuriamoci se si è disturbata per me!), ho deciso di formarmi di più in quel senso e di tentare. E così ho trovato la mia strada.

Il fatto di essere bilingue è stato per te un vantaggio?
Io credo di sì, anche se il discorso è complesso e potrebbe essere un po’ spigoloso: a volte il rischio è che, oltre al lessico familiare di ginzburghiana memoria, si vadano a inserire elementi di confusione tra una lingua e l’altra, calchi e via dicendo. Personalmente l’ho ritenuto e lo ritengo un vantaggio, almeno per quanto mi riguarda. Diciamo che crescere in una famiglia bilingue mi è stato utile soprattutto a livello culturale, forse ancora prima che linguistico. Credo che essere stata immersa parallelamente in più culture sia servito ad arricchire il mio lavoro, perché mi ha permesso e mi permette spesso di intuire cose in maniera più immediata, di avere un accesso automatico a certi riferimenti culturali e forse mi aiuta anche nella comprensione del sistema di pensiero che è caratteristico di ogni lingua.

Come sei arrivata a occuparti di traduzione letteraria?
Come dicevo prima, la traduzione è stato un po’ un caso, all’inizio. La scelta invece dello specifico settore, ovvero quello letterario, è stata per me una conseguenza di una delle mie principali passioni: la lettura. Ho fatto anche traduzioni tecniche, all’inizio, ma il mio desiderio era occuparmi di libri.

Che posto occupa a tuo parere la narrativa del Sudamerica in Italia?
Mi sembra che gli editori (o quantomeno alcuni editori) siano abbastanza attenti alla produzione sudamericana e ai talenti che ne fanno parte e ho la sensazione che anche il pubblico sia più ricettivo in tal senso. Sebbene ci siano autori che inevitabilmente non sono ancora arrivati in Italia (per svariate ragioni, tra cui anche a volte la difficoltà di proporli), è innegabile che ne sono stati pubblicati alcuni di grande calibro che, per fortuna, sono stati sempre tradotti da colleghi molto competenti.

Quali difficoltà incontri nel tuo mestiere di traduttrice, sono gli editori che ti contattano oppure è più semplice trovare un editore interessato?
Di difficoltà ce ne sono sempre, in tutti i lavori. In questo caso, sono di vario genere: dalle difficoltà che si possono riscontrare durante la lavorazione di un testo a quelle legate all’ottenere, appunto, un incarico. Non direi che trovare un editore interessato sia più facile, anzi. Per quel che mi riguarda, nella maggior parte dei casi è l’editore a contattarmi e a propormi un lavoro. È innegabile che quando viene accolta una tua proposta la soddisfazione è doppia perché a quel punto il testo su cui ti ritrovi a lavorare è anche un testo che tu stessa hai giudicato interessante per varie ragioni.

In base a quali criteri scegli gli autori che traduci e quali sono i tuoi rapporti con loro?
Mi piacerebbe poter scegliere gli autori che traduco, ma di solito non succede proprio così. Spesso mi capita di tradurre autori verso i quali non provo alcuna sorta di “innamoramento” letterario e, quando capita il contrario, mi sento molto fortunata. I rapporti con gli autori? Dipende. Con alcuni sono nati in effetti dei rapporti, a volte anche di amicizia, e per me è davvero arricchente questo lato umano. Con altri invece, o non c’è proprio contatto oppure se c’è si limita a eventuali digressioni e chiarimenti sul testo al quale sto lavorando, anche se cerco di limitare il più possibile di “tormentarli” troppo.

Dolores Reyes è una scrittrice argentina che hai tradotto in italiano e a cui sei molto legata. Cosa rende così speciale la sua scrittura?
In certi casi faccio fatica a separare la persona dall’autore, e Dolores Reyes è proprio uno di questi casi. Trovo che sia una donna di grande spessore, impegno, cultura e questo già mi fa partire con uno sguardo affettuoso verso la sua scrittura. Una scrittura che è davvero molto interessante; nel suo romanzo, Mangiaterra, l’autrice lavora soprattutto su quello che è il linguaggio delle zone periferiche, sulle espressioni locali, sulla lingua usata nei quartieri più popolari, prestando anche molta attenzione al linguaggio dei giovani, a un particolare socioletto. La sua scrittura è incalzante, ricercata ma fruibile, attuale e molto interessante da un punto di vista traduttivo. Spero di averle fatto onore.

Le opere dallo spagnolo tradotte in italiano sono rappresentative degli autori contemporanei di oggi pubblicati dagli editori spagnoli, catalani e sudamericani?
Mah. Sappiamo che anche il nostro settore, come tutti gli altri, si piega alle mode e a leggi di mercato che a volte per noi possono non essere così immediatamente comprensibili. Diciamo che alcune case editrici stanno facendo davvero un bel lavoro per offrire un panorama il più possibile coerente e completo.

Se potessi cambiare qualcosa del tuo mestiere di traduttrice, da cosa cominceresti?
Da un punto di vista del lavoro in sé mi piacerebbe, come anticipato prima, avere la possibilità di tradurre autori che a mio parere sono validi. Da un punto di vista più concreto, il desiderio sarebbe quello di un maggiore riconoscimento del nostro lavoro, a livello di retribuzione e a livello di maggiori tutele. Ma questo, ahimè, è un problema che coinvolge un po’ tutti i lavoratori precari del settore culturale.