Il caso Jane Eyre

Argomento: Romanzo
Pubblicazione: 30 gennaio 2019

Jasper Fforde è un tecnico dell'industria cinematografica (si occupava della messa a fuoco della cinepresa) che dopo una serie di rifiuti è riuscito a pubblicare i suoi romanzi e a ottenere un grande successo, tanto da avere ora un seguito di appassionati che seguono le novità del suo sito web http://www.jasperfforde.com e si dilettano persino di scrivere apocrifi sui suoi personaggi.

Marcos y Marcos ha pubblicato in aprile 2006 Il caso Jane Eyre (The Eyre Affair), di cui ho curato la traduzione insieme a Emiliano Bussolo. Questo è il primo dei romanzi che hanno come protagonista Thursday Next, energica e sensibile investigatrice ed ex-militare. Operando tra i Detective Letterari nell'Inghilterra di un 1985 alternativo, Thursday inizia con l'occuparsi di falsi editoriali e finisce col dover salvare Jane Eyre, che è stata rapita dalle pagine del romanzo di cui è protagonista. Il mondo in cui agisce Thursday è ben diverso dal nostro: si viaggia in dirigibile, ma evitando le squallide città della Repubblica popolare del Galles; l'Inghilterra per puntiglio patriottico non ha mai posto termine alla guerra di Crimea contro i Russi, e più che la politica contano gli interessi commerciali di multinazionali potentissime e ufficialmente benevole come la Goliath (un mondo ben diverso, dicevamo).

Il libro è pervaso da un gusto per la lettura e da un amore per i libri che parte dal mestiere della protagonista e dei comprimari, come lo zio scienziato pazzo, inventore della macchina per entrare nelle opere letterarie, ma prosegue nel gusto per citazioni classiche più o meno nascoste, nei nomi stessi dei personaggi, nella descrizione di una messinscena del "Riccardo III" interpretato da e con il pubblico che (non diversamente da quello che succede in certe proiezioni del "Rocky Horror Picture Show") ripete le battute insieme agli attori, battibecca con i personaggi, prende parte alla battaglia di Bosworth. Questa ricchezza di riferimenti culturali, insieme al gusto molto inglese per i pun e altri giochi di parole, richiede naturalmente una grande attenzione da parte di chi traduce, che deve non lasciarseli sfuggire (o lasciarsene sfuggire meno possibile) e poi trovare il modo per renderli riconoscibili e godibili al lettore italiano, che potrebbe avere meno dimestichezza di quello inglese con Wordsworth o Charlotte Brontë.

Già un caso semplice come i "daffodil" di Wordsworth, ad esempio, richiede un momento di attenzione a come tradurli, visto che anche le traduzioni italiane non concordano. Il vero nome botanico sarebbe "tromboni" (ma l'immagine di un prato in cui risplende il giallo dei tromboni è più da surrealista belga che da romantico inglese) o "giunchiglie grandi"; alla fine si è optato per i loro parenti, i "narcisi". Il problema, dicevo, è innanzi tutto cercare di non lasciarsi sfuggire citazioni e allusioni. Se i daffodil sono evidenti, è bene stare sul chi vive per ricordare chi è che "makes the torches burn brighter" (lievemente modificata, è la prima impressione di Romeo al vedereGiulietta) o per far riconoscere a che cosa fa riferimento la "charge of the light armoured brigade" (che parafrasa quella che noi chiamiamo "carica dei Seicento", immortalata da Tennyson). In un libro come questo, poi, il traduttore combatte spesso - divertendosi - con pun, divertissement linguistici, caratterizzazioni del linguaggio dei vari personaggi. E se in qualche caso, con la morte nel cuore, si è espunto un gioco di parole (come un "You must be Next" detto alla protagonista, che lei stessa ignora in quanto "old joke"), il più delle volte se ne esce soddisfatti come dopo aver risolto un indovinello. E questo vale per i calembour veri e propri, ma più in generale per le parole inventate (come la "quarkbeast" resa come "quarkopardo"), i vari cambi di registro linguistico, le pseudocitazioni e così via.

In tutto ciò è stato sempre utile, e piacevole anche nei casi di dissenso, il dialogo continuo con Claudia Tarolo della Marcos y Marcos che, in cambio di qualche mio "romanismo" a suo dire di troppo, si è accontentata di una (milanese?) "brioche" come traduzione di un "bun".