La bête et sa cage

Argomento: Traducibili
Autore: David Goudreault
Editore: Stanké, Quebec
Diritti: Berla & Griffini Rights Agency, Milano
Pubblicazione: 28 dicembre 2019

La bête et sa cage, di David Goudreault, Les Éditions Stanké, Quebec (Canada)

ARTICOLO
Il monologo di un fottuto
Mylène Moisan
LeSoleil, www.lesoleil.com
Québec

La storia: La bête et sa cage è una storia semplice e cruda di un tizio che finisce in prigione per omicidio, nell’ala psichiatrica. La «bestia» racconta la vita dietro le sbarre, i giochi di potere, i bracci di ferro e le ferite che non guariscono. Racconta anche l’amore, con il cuore spezzato e ricomposto.

L’autore: David Goudreault, trifluviano di origine, vive a Sherbrook, in quanto slammer, poeta, paroliere e scrittore porta le sue parole in giro per il Quebec e altrove; lavoratore sociale di formazione e primo québécois a vincere il premio francese La Coupe du Monde de slam de poésie nel 2011, a Parigi. Il suo romanzo, La bête à sa mère, ha ricevuto il Grand Prix littéraire Archambault 2018.

Il monologo di un fottuto

La bête et sa cage è un monologo scritto in prima persona, «io», con ogni tipo di riflessione sulla vita dietro le sbarre e sulla vita in generale.

È il monologo di un fottuto. A fotterlo è stato Papillon, del clan dei Bizoune.

Il registro è già nelle prime righe, la bestia scrive come parla, piaccia o non piaccia. A me è piaciuto. Il romanzo di David Goudreault è rude come la vita in prigione e l’autore non usa mezzi termini.

La «bestia» è in gabbia per secondo omicidio, ne avrà per sedici anni e ci racconta del suo nuovo vicinato, del gioco tra il gatto e il topo, dei sotterfugi per il giro della droga, dell’inchiostro per Philippe il Filippino, tatuatore. Scrive: «Alla fine, mi chiedo chi, tra il guardiano e il detenuto, trascorre più tempo a sorvegliare l’altro.» Leggendo, ho avuto la strana sensazione di essere in carcere, con la stessa ossessione della «bestia», di volerne uscire.

È il grande talento dell’autore a legarci a questo assassino che puzza dei piedi, a trasportarci nelle sue storie contorte, a dirci la sua opinione a proposito dei neri: «C’è troppo imbarazzo nel parlare di razze oggi. È questo il vero razzismo, l’ostinazione a mettere tutto sullo spesso piano senza riconoscere le differenze.»

Tra e attraverso le righe scopriamo soprattutto un uomo solo, abbandonato dalla madre, visitato soltanto dal suo avvocato, «brutto, bisogna ammetterlo». La «bestia» è ferita, consumata dal bisogno di essere amata.

«Se qualcuno mi amasse, sarebbe fiero di me.»

È così, senza capire davvero come, mi sono ritrovata a volere stringere questo fottuto di prima categoria tra le braccia. A offrirgli una spalla o un bel tattoo, Philippe il Filippino ha completamente pasticciato il suo samurai. Il libro conduce a una presa di coscienza, essenziale: bestie non si nasce, lo si diventa.

E la storia della «bestia» è la storia di molti tizi, dentro.

Mylène Moisan
LeSoleil
www.lesoleil.com

Questo articolo è stato scritto da Mylène Moisan e pubblicato sul quotidiano canadese online LeSoleil, www.lesoleil.com
Ripubblicato su La Nota del Traduttore per gentile concessione di Mylène Moisan
Tradotto dal francese da Dori Agrosì per La Nota del Traduttore.