Senza un soldo a Parigi e a Londra

George Orwell
Traduzione dall'inglese di Andrea Binelli
Newton Compton, 2022


Quale Orwell tradurre

Senza un soldo a Parigi e a Londra è un’opera singolare. Vuoi perché irretita dalle maglie strette dello status di ‘produzione secondaria di un autore canonico’; vuoi perché, inosservata, anticipa parecchi nodi cruciali di ciò che resta un capolavoro e un monumento culturale del ventesimo secolo, 1984; vuoi perché permette di restituire voce a un fine osservatore della società talmente banalizzato e ingessato nella sua asfittica caratura di profeta da essere di fatto escluso dal dibattito sulla contemporaneità (salvo poi appellarsi alla sua denuncia del totalitarismo, resa però così vaga da poterne rovesciare demagogicamente il segno politico); vuoi per altri aspetti ancora, per me tradurla ha significato più che in altre occasioni misurarmi col suo autore. E misurarmi con un autore come George Orwell, coraggiosamente eclettico, sperimentale e idiosincratico al limite della contraddittorietà, una figura tutt’altro che profetica e di cui si crede di sapere molto ma di cui in realtà abbiamo voluto approfondire poco, mi ha sollecitato a più riprese un interrogativo: quale Orwell è opportuno tradurre in quelle pagine?

Devo premettere che per il momento ho tradotto tre suoi libri – Senza un soldo a Parigi e a Londra e Giorni in Birmania per Newton Compton, e Omaggio alla Catalogna per Feltrinelli – e conto di tradurne altri. Ma già nella sua opera di esordio, oltre alle tessere biografiche che compongono l’ossatura a schidione di questo strano reportage dai bassifondi, già si intravedono molti Orwell, non di rado incongruenti: il borghese che ha studiato nel prestigiosissimo Eton College e non manca mai di registrare quanto il suo olfatto sia offeso dagli ambienti luridi che frequenta; il solidale con gli ultimi che vuol capire come affrancare una parte della società da miserie e umiliazioni; il ribelle che per tutta la vita nutre avversione per ogni forma di autorità e, con toni à la Swift, ne rivendica le ragioni contingenti; l’ex-poliziotto che trae evidente piacere dal senso di libertà con cui si immerge nel sottobosco incivile e talora criminale delle metropoli europee, generalmente l’ambiente più inviso alle forze dell’ordine; lo scrittore militante che descrive con distacco e dovizia di dettagli lo stato fisico e mentale in cui versa chi non mangia niente da più giorni; e infine, a ogni pagina, l’irredimibile amante della vita.

Quella descritta in Senza un soldo a Parigi e a Londra è un’esperienza spiazzante, a tratti assurda e senz’altro gravida di conseguenze nella vita reale di Eric Arthur Blair, alias George Orwell. Dopo studi deludenti e cinque anni (1922-27) nei ranghi della Polizia Imperiale di stanza in Birmania, Blair decide infatti di dedicarsi alla scrittura e, come spiegherà nel saggio/testamento Perché scrivo, di fare della letteratura un’arte politica per combattere le ingiustizie. I primi anni in cui torna a casa dall’avamposto coloniale segnano dunque una parentesi scapigliata: non di rado si unisce ai barboni e, fingendosi uno di loro, vive lunghi periodi sulla strada, fra Londra e il Kent; e poi, parentesi nella parentesi (1928-29), si sposta a Parigi, nel quartiere latino, dove finisce in bolletta e trova lavoro come plongeur nel ristorante di un albergo di lusso. È questo un periodo di apprendistato letterario sui generis che assumerà una valenza palingenetica nella sua traiettoria di vita. L’acquisizione di un nom de plume, infatti, riflette una rinascita artistica e ‘impegnata’ di cui Senza un soldo è la ratifica e il resoconto: in esso assistiamo a un percorso di formazione – ed espiazione – che permette a un giovane inglese di diventare, per l’appunto, ‘Orwell’. Ma questo processo e i vari riti di passaggio che esso implica non sono veicolati dai modi e dalle forme del romanzo. Fin dall’incipit – “Rue du Coq-d’Or. Parigi. Sette del mattino. Dalla strada una raffica di grida rabbiose, strozzate.” – la narrazione asseconda le scansioni laconiche e il vocabolario naturalista della cronaca, senza però venire meno a un attento vaglio estetico. Abbrivo documentaristico e trasporto affabulatorio si intrecciano con agilità e sollecitano nel traduttore un’allerta costante e la verifica puntuale dei toni e del lessico più adeguati con cui rendere il susseguirsi delle immagini: la ricerca vana e avvilente di un impiego da parte del protagonista rende ancora più festosa e dalle tinte punk la joie de vivre dei sabati parigini nei bistrot di infima categoria; il grigiore dei ricoveri per indigenti e il girovagare mortifero e perverso cui sono costretti i senzatetto inglesi dalle leggi contro il vagabondaggio rappresentano invece le colline narrative superate le quali si apre un panorama entusiasmante e la vista del lettore può posarsi sugli squarci di libertà creativa e dignità che persino i più disperati riescono a generare e custodire.

In questa prima opera Orwell si mostra uno scrittore e un intellettuale in erba. È particolarmente ingenua e priva di ogni materialismo la sua analisi per cui i ritmi di lavoro forsennati della working class siano da imputarsi alla «superstizione» dell’aristocratico, il quale non concede nemmeno «un giorno di libertà» ai propri dipendenti temendo che questi poi lo dedichino a «saccheggiargli casa, bruciargli i libri e metterlo a lavorare dietro una macchina o a pulire i gabinetti». Eppure, questo Orwell pre-marxista ha già la sensibilità di intuire e denunciare nell’episteme moderno la tendenza a favorire l’omologazione culturale, la deresponsabilizzazione politica e le strutture di controllo totalitarie. Da questa consapevolezza deriva per il traduttore il pungolo a rappresentare le schiere spettrali di senzatetto in fila per una visita medica ricorrendo ad atmosfere simili a quelle evocate in 1984. L’annientamento delle loro identità, infatti, non può non richiamare l’annichilimento delle individualità perseguito dal Grande Fratello e suggerito in Fattoria degli Animali. Viene allora naturale chiedersi se il rintracciare linee di filiazione e continuità fra contenuti e forme espressive in Senza un soldo e nelle due opere di maggiore successo di Orwell possa o addirittura debba innescare degli adattamenti nelle scelte traduttive che palesino quell’eco.

Se tradurre autori nuovi per la platea italiana come, ad esempio, Donal Ryan o Elske Rahill mi aveva lasciato sostanzialmente mano libera nella ricreazione dello stile del testo, e se qualcosa di non troppo diverso mi era accaduto con un classico modernista quale Ford Madox Ford, la cui produzione è nota solo a una nicchia di lettori italiani, con Orwell ero consapevole di non poter non fare i conti con le immagini, i modelli e le associazioni che si attivano attraverso la memoria culturale del nostro paese laddove se ne interpretano le opere dando forma verbale al suo pensiero creativo e, in ultimo, al suo lascito artistico e politico. Fin dall’inizio ho quindi tenuto presente che tradurre un passaggio di Senza un soldo senza riconoscervi (e rendere intercettabile dal lettore) un’anticipazione, fosse anche acerba, di temi, luoghi e personaggi di 1984 e Fattoria degli animali avrebbe significato non rendere giustizia al valore sociale e simbolico che la macro-opera di Orwell ha acquisito e può acquisire nel discorso culturale italiano in virtù di letture, studi, analisi critiche e, naturalmente, traduzioni precedenti. A tal proposito, ho sentito come un dovere il non obliterare completamente la resa stilistica di chi mi aveva preceduto come traduttore, compito che contempla una disamina filologica di come sono state traghettati in italiano certi stilemi, gli sbalzi di registro, i risvolti ironici, gli impliciti pragmatici, i riferimenti intertestuali, gli schemi sintattici, la funzionalizzazione delle figure retoriche, e tutto ciò che plasma lo stile del libro. Per chi traduce classici, a mio avviso, si tratta di un vero e proprio ‘fare i compiti’: leggere tutte le opere del medesimo autore, vagliarne i carteggi e quelli delle persone vicine, studiarne l’eventuale produzione saggistica e la biblioteca delle letture. Queste fatiche si concretizzano in un ventaglio di ricognizioni filologiche e dunque di conoscenze che orientano nell’identificare la rete di rimandi fra le varie opere, le dinamiche con cui si sono sviluppati certi temi e raffinate alcune tecniche narrative; in ultimo tutto ciò permette di decodificare anche le virtualità semantiche a cui il testo si limita ad alludere. Può bastare? Purtroppo no. La più pertinente delle interpretazioni resta poca cosa se non la si correda di un tessuto di parole in grado di ristabilire le fragranze e le assonanze dello stile di partenza. Insomma, il lavoro filologico ha senso solo se si riesce a coniugarlo all’empatia verso la scrittura e il trasporto che questa crea nel lettore. Anzi, l’ansia di tematizzare i significati messi a fuoco per via filologica va talora controbilanciata con l’entusiasmo per i contenuti, l’identificazione col personaggio e il coinvolgimento nella storia rappresentata. Personalmente, in questo sforzo mi è venuto in aiuto l’empatia sprigionata dal personaggio positivo del libro, Bozo, un barbone di temperamento anarchico che, in barba alla povertà assoluta in cui vive, mai rinuncia alla dignità, alla curiosità e a tutto quello che reputa necessario per essere felice. Sintonizzarmi con la sua sete di conoscenza e i suoi moniti contro l’autocommiserazione è stato come seguire una stella polare durante la traduzione di questa e delle altre opere di Orwell.

Andrea Binelli

Editore di Senza un soldo a Parigi e a Londra