Nell'officina dello scrittore | Thomas Mann | Traduzione dal tedesco di Lucio Coco | Olschki, 2026

Argomento: Saggio
Pubblicazione: 28 marzo 2026

Die Werkstatt des Dichters, di Lucio Coco

Come lavora uno scrittore? Quali sono i suoi riti, i suoi vezzi, i suoi tic. Con questo libro entriamo direttamente nell'Officina dello scrittore. È questo infatti il titolo dell’opera che raccoglie gli interventi sul tema di Thomas Mann nella traduzione dal tedesco e per la cura di chi scrive e per i tipi di Olschki, che proprio quest’anno celebra il 140° della sua esistenza e insieme l’ideale passaggio di consegne della guida della casa editrice da Daniele Olschki al figlio Gherardo che incarna la quinta generazione di questo glorioso marchio editoriale.

Tornando a Mann, non senza aver prima ricordato che non c’è l’autore se non c’è anche l’editore, occorre dire che al primo posto nel lavoro di scrittura egli pone l’ideazione. È questa «una condizione di benessere fisico-spirituale, di udito e vista, in cui qualcosa emerge di piacevole e promettente dalla mia riserva interiore e mi fa sperare che se lo tratto bene, ne potrebbe derivare qualcosa di significativo». Per cui l’ideazione è qualcosa di «piccolo e modesto», un piccolo fuoco attorno al quale far crescere e sviluppare un’idea.

L’ideazione fotografa un momento germinale, il nascere dal di dentro di qualcosa. Dopo questa scintilla segue il momento della scrittura. Nessuna agenda, nessun taccuino per questo, perché da tale momento in poi “l’opera”, piccola o grande che sia, diventa il punto focale dell’intero senso di sé e del mondo. Diventa, in pratica, l’opera di una vita». L’opera cioè si trasforma in lavoro perciò c’è bisogno di un luogo di lavoro, di tempi di lavoro e anche di strumenti di lavoro.

Mann in questo senso è quasi maniacale: «In stanza», tutte le mattine dalle 9 alle 12,30, quasi mai vacanze, perché, come diceva Baudelaire, «l’ispirazione è senza dubbio sorella del lavoro quotidiano». Poi gli strumenti: la scelta della carta, «bianca, assolutamente liscia», dell’inchiostro, «fluido» e della penna, «nuova che scorra facilmente». Tutto questo perché «gli ostacoli esterni provocano quelli interni». Certo oggi, abituati alle tastiere e agli schermi, tutto ciò sembra archeologia. Ma è nell’esperienza di tutti che anche lavorando al computer chi scrive ha le sue abitudini, i suoi riti, i suoi tic, guai, infatti se cambia qualcosa nelle impostazioni: cambiano gli strumenti ma l’uomo in fondo rimane sempre lo stesso.

La variante tempo è fondamentale tanto quanto quella dello spazio. Un libro non si scrive in un giorno, la scrittura di un libro si intreccia con la vita, con le abitudini, talvolta le segue, talvolta le stravolge. Perciò la diaita, la dieta, intesa nel senso etimologico di «modo di vivere [da zao/djao=vivo]» è fondamentale. È proprio qui che Mann sembra redigere una vera e propria Norma vivendi: 1. Rispettare le ore di sonno, «poiché un sonno breve e di scarsa qualità ha quasi sempre effetti negativi sulla tensione nervosa nelle ore di lavoro»; 2. L’alimentazione, anche in questo caso il consiglio, dettato dal buon senso, è di non esagerare con il cibo: «Quando lo sforzo è più intenso, non mangiare tanto bene». 3. Da qui, discendono come un corollario, specifiche limitazioni in particolare nel ricorso al caffè («dopo il pasto è un veleno»), nell’abitudine al fumo e nell’uso di alcolici. E forse proprio dalle osservazioni che svolge su questi generi di consumo che viene fuori meglio che altrove l’etica di Mann.

Lo scrittore infatti raggruppa tutti insieme questi prodotti nella categoria degli stimolanti. Aggiungendo che non ha senso che l’uomo, e tanto più il Dichter, facciano ricorso ad essi. Il fumo, il caffè e in particolare l’alcol (non c’è nessun riferimento alle droghe) non fanno altro che alterare l’equilibrio dell’individuo, al quale la prima cosa che si richiede è la lucidità, quello spirito geometrico che faceva dire al rigoroso Baruch Spinoza, «non ridere, non lugere sed intelligere [non ridere, non piangere, ma capire]» e che fa dire a Thomas Mann, sullo stesso registro, che «quasi tutto ciò che è grande esiste nonostante, nonostante l’angoscia e il dolore, la povertà, l’abbandono, la debolezza fisica, il vizio, la passione e mille ostacoli, perciò credo che quei poeti abbiano realizzato le loro imprese non con l’alcol, ma nonostante l’alcol».

Dopo il momento creativo, che formalmente si traduce nella realizzazione del manoscritto, Mann non manca di indicare tutti i passaggi necessari che faranno diventare quel lavoro un libro. Perciò c’è l’invio dell’«originale allo stampatore». Quindi ci sono i giri di bozze, l’impaginato e anche qui non mancano alcuni preziosi consigli: «Le bozze a stampa sono una opportunità per cancellare. Diversamente esse servono solo a correggere i refusi».

Un lavoro snervante. Perciò a chi gli chiedeva se leggesse ancora il suo libro quando esso entrava nella distribuzione e finiva in libreria Mann rispondeva candidamente che difficilmente ci tornava su: «Il libro è fatto; ora siano gli altri a vederlo» e giustificava questo atteggiamento con una affermazione che aveva la forza di una sentenza e di un aforisma: «Il desiderio e la speranza di miglioramento possono riferirsi solo al nuovo e al futuro, non a ciò che è passato».