Η 28η Οκτωβρίου του Curzio Malaparte (Il 28 ottobre di Curzio Malaparte) | Dimitri Deliolanes, Armos, 2026

Argomento: Traducibili
Pubblicazione: 28 marzo 2026

Intervista impossibile a Curzio Malaparte, giornalista e scrittore, inviato sul fronte greco nel 1940 per il Corriere della Sera

Per i nostri dirimpettai greci il 28 ottobre, è l’Οχι day (Giorno del no), del 28 ottobre 1940. Ma il no a cosa? È il “No” (in greco Οχι, traslitterato Ohi) fu pronunciato dal primo ministro greco Ioannis Metaxas in risposta alla richiesta dell’Italia fascista di occupare alcuni punti strategici del territorio greco come base per le operazioni belliche in quei territori. Incaricato a documentare la battaglia fu il giornalista e scrittore Curzio Malaparte.

È molto probabile che Curzio Malaparte avesse accolto con un sorriso sornione e un pizzico di compiacimento la tesi del giornalista greco Dimitri Deliolanes nel suo recente saggio storico Il 28 ottobre di Curzio Malaparte (Armosbooks, 2026). Deliolanes mette in luce come Malaparte, inviato del Corriere della Sera, non si sia limitato alla cronaca di guerra, ma abbia agito come una sorta di agente di influenza, a orientare l’opinione pubblica italiana.

Il saggio analizza la figura di Malaparte durante la campagna di Grecia e ne mette in risalto il lato critico e controcorrente nel delicato ruolo di corrispondente di guerra. Deliolanes esplora come il giornalista abbia vissuto e riportato il conflitto, le contraddizioni tra la propaganda di regime e la realtà vissuta al fronte, temi che Malaparte ha poi ripreso nei suoi romanzi.

Per anticipare il saggio di Deliolanes, proponiamo qui un’intervista impossibile a Curzio Malaparte. Le risposte sono di Dimitri Deliolanes.

Signor Malaparte, siamo nel 2026, ma la sua penna graffiante sembra non aver mai smesso di correre. Nel 1940 lei era in Grecia come inviato del Corriere della Sera. Che cosa vedeva davvero tra quelle montagne?

Ho visto lo stesso bel paese che avevo visitato qualche anno prima. Una splendida natura, gente povera ma amichevole e brillanti monumenti antichi di insegnamento per noi.

Le sue corrispondenze sembrano descrivere più il fango, la sofferenza dei soldati e la disorganizzazione che non la gloria. Come ha vissuto la discrepanza tra la propaganda ufficiale di una guerra lampo e la resistenza greca?

La mia missione giornalistica era quella di preparare gli italiani a questa guerra assurda. Mi avevano detto di scrivere che i greci odiano gli italiani e io l’ho scritto. Ma la guerra vera non l’ho coperta come giornalista, ho solo goduto in silenzio la sconfitta di Ciano e di Mussolini.

Quanto ha influito la sottovalutazione dell’esercito greco e la presunzione del comando italiano nel disastro iniziale della campagna?

In questo caso si è manifestata tutta l’idiozia del regime fascista che ha basato la sua aggressione sulle chiacchiere di personaggi improvvisati e poco attendibili.

Nel marzo 1941 lei scrisse un articolo dal titolo provocatorio, In guerra muoiono i migliori. Cosa intendeva davvero con quell’espressione riferita alla guerra in Grecia?

Ne sono convinto tuttora. In guerra muoiono i migliori perché sono giovani, intelligenti e coraggiosi, sacrificati crudelmente da ambiziosi che vogliono sembrare Cesare o Napoleone.

La sua corrispondenza per il Corriere è stata spesso al limite della censura. Ha mai temuto che la sua narrazione così cruda della realtà potesse indispettire i vertici del regime?

Ritengo di avere oramai una lunga esperienza e di essere in grado di evitare le censure e ogni controllo del regime. Il mio racconto è crudo perché è realistico e sincero tanto da non essere censurato o smentito. Senza quindi essere provocante faccio il mio dovere di giornalista e nessun regime può smentirmi o farmi tacere perché farebbe una pessima figura davanti all’opinione pubblica.

Come risponde a chi definisce i suoi reportage “falsi”?

Gli dico che è un calunniatore. Le mie corrispondenze comprendevano le scemenze fasciste, ma facevano anche l’occhiolino al lettore del giornale per fargli capire che erano idiozie di regime. Il risultato è stato molto soddisfacente per Mussolini, per Ciano e per i lettori del Corriere che mi hanno capito.

Nel 1940 il suo stile giornalistico appare spesso letterario. Ha voluto descrivere la cruda realtà della guerra in Grecia con una narrazione artistica del conflitto?

L’unico aspetto del conflitto di cui mi sono occupato erano gli aerei dei quali in effetti ne ho parlato con grande emozione e se volete anche da un punto di vista artistico.

Il 28 ottobre si celebra in Grecia il Giorno del no – Ohi Day –, simbolo dell’orgoglio patriottico e della resistenza contro le oppressioni. Cosa ricorda la storia greca in questa ricorrenza nazionale?

Se chiedete a un italiano cosa sia il 28 ottobre, vi risponde scocciato che è la Marcia su Roma. In Grecia è festa nazionale con tanto di parata militare al centro di Atene per festeggiare l’effettiva vittoria dell’esercito greco su quello italiano che per non tornare ferito in Italia aveva infine chiesto aiuto alla Germania.

«Il vero potere non è di chi spara, ma di chi descrive lo sparo». È d’accordo con questo aforisma?

C’è potere e potere. Nel caso nostro c’era il potere di chi spara che è durato troppo a lungo e ha provocato tanti disastri. E chi descrive lo sparo non ha lo stesso potere, ma è comunque un vincitore perché scrive la storia per sempre.

Oggi, nel 2026, l’informazione è istantanea, ma spesso priva di quella profondità critica che la distingueva. Cosa direbbe ai giornalisti di oggi?

Ai giornalisti di oggi direi di essere molto curiosi e molto coraggiosi. Oggi le notizie volano, ma bisogna stare attenti al vero contenuto e evitare la disinformazione e i giochi di parole perché dal lavoro del giornalista oggi dipendono cose importantissime, non solo guerre ma disastri planetari.