Håkan Nesser o della narrativa seriale di qualità
La narrativa seriale – in particolare quella di genere poliziesco – è ormai una costante (mi verrebbe quasi da definirla una piaga) della produzione editoriale svedese di questo primo quarto di secolo. Come tutti sanno, dopo il successo planetario della Trilogia Millennium dello sfortunato Stieg Larsson, che morì prima di godersi i frutti del suo eccellente lavoro, lassù al Nord (ma non solo) è stato tutto un fiorire di gialli di svariata tonalità con protagonisti ricorrenti (commissari, poliziotti, giornalisti curiosi e via dicendo) che vivono e agiscono in luoghi altrettanto ricorrenti, dalle grandi città ai piccoli centri di provincia, dalle distese infinite dell’estremo nord del paese alle idilliche località dei suoi arcipelaghi marini.
Håkan Nesser è sempre stato un caso a parte. Mi spiego: lui era famoso e tradotto ampiamente anche all’estero già prima del fenomeno Stieg Larsson. Io stessa in anni antecedenti alla Trilogia avevo tradotto per Guanda quattro dei suoi romanzi polizieschi con protagonista il commissario Van Veeteren, che al ritmo di uno l’anno sarebbero diventati dieci, come dieci saranno poi i romanzi della successiva serie con protagonista l’ispettore e poi commissario italo-svedese Gunnar Barbarotti (l’ultimo volume l’ho tradotto l’estate scorsa e uscirà quest’anno).
Incontrai Nesser la prima volta a Stoccolma sul finire degli anni Novanta, e ne nacque una bella amicizia destinata a durare nel tempo. Credo che per un traduttore non ci sia niente di meglio che conoscere la persona dietro lo scrittore per interpretare al meglio il suo modo di pensare e di scrivere. Ho sempre considerato i suoi libri dei veri “romanzi” più che dei semplici polizieschi, non solo per l’elevata qualità della scrittura (non per niente Nesser è stato per buona parte della sua vita insegnante liceale di lettere e filosofia) ma anche per due caratteristiche che li contraddistinguono: la quasi totale assenza di descrizioni minuziose per non dire morbose dell’atto delittuoso in sé e l’attenzione costante all’aspetto “umano” del crimine, alle pulsioni psicologiche che lo generano, alle motivazioni oscure e profonde di chi arriva a privare della vita un altro essere umano. Nei suoi libri il delitto è quasi sempre qualcosa di già avvenuto, che diventa oggetto del raffinato lavoro d’indagine dei commissari e dei loro colleghi. Van Veeteren e Barbarotti sono molto diversi fra loro: nel rapportarsi con il crimine, il primo, uomo severo e piuttosto introverso conferisce incessantemente con la propria coscienza, mentre il secondo, più bonario e titubante, conferisce… con Dio, che a volte ascolta le sue richieste d’illuminazione e altre volte resta muto come un sasso. Entrambi in ogni caso hanno trovato il loro posto nel cuore dei lettori. Il primo ha avuto anche l’onore di essere portato sul grande e sul piccolo schermo da uno dei più rinomati attori svedesi, Sven Wollter. Aggiungo la curiosità che Nesser stesso si è sovente divertito a fare da comparsa nei suddetti film. In un’occasione però, mentre interpretava la parte di un austero pastore luterano al tristissimo funerale di una povera donna, la scena per vari motivi dovette essere ripetuta più volte, sotto una pioggia battente accompagnata da sferzate di vento gelido. Mi raccontò con la sua consueta autoironia sorniona che fu lì lì per rinunciare definitivamente alla carriera di attore.
In un libro, uno solo, che fa da stacco fra la prima e la seconda serie dei suoi polizieschi, Nesser fa anche incontrare Van Veeteren e Barbarotti, entrambi coinvolti in un caso particolarmente complesso: per risolverlo occorreranno le attitudini e le competenze personali dell’uno e dell’altro. E Barbarotti non dimenticherà mai le “lezioni” del più anziano e celebre collega, applicandole alle sue successive indagini.
Un aspetto interessante delle due serie poliziesche scritte da Håkan Nesser è che le città dove operano Van Veeteren e Barbarotti, rispettivamente Maardam e Kymlinge, sono entrambe immaginarie. Maardam si trova addirittura in un paese europeo vagamente nordico che sulla carta non esiste, mentre Kymlinge si trova sì nella Svezia reale, ma esiste solo nella fantasia dell’Autore. Nesser stesso dice di aver creato questi luoghi immaginari per non dover porre limiti alla propria fantasia: se per scopi narrativi gli occorrono un fiume, un quartiere costruito in un certo modo o una strada di campagna che conduce a un vecchio mulino, se li crea ad hoc!
Per il resto, almeno nei libri della serie Barbarotti c’è molta Svezia, dalla Scania a Stoccolma, dal Grande Nord alla suggestiva isola di Gotland, dove ormai Nesser stesso vive quasi stabilmente, in una grande casa sul mare circondata da una vasta proprietà dove convivono cavalli, cani, galline, anatre e quant’altro. Ma in uno dei romanzi c’è anche… un angolo d’Italia, anzi di Lombardia. Un bel giorno, infatti, il commissario Barbarotti realizza finalmente il desiderio di visitare il paese d’origine del padre che praticamente non ha mai conosciuto, e capita, sulla scorta di indagini che l’hanno portato a scoprire dov’è sepolto, dalle parti di Varese… Si dà il caso che negli stessi paraggi ci sia capitato anche Nesser in persona, e più d’una volta, e più precisamente per farmi visita, e conoscere la mia famiglia e i miei cani e il lembo d’Italia dove abito. Ne è rimasto incantato. Così ha deciso di inserire questa breve visita “varesina” di Barbarotti nel romanzo e, qui lo dico e qui non lo nego, mi ha invitata a completare il brano con qualche dettaglio in più sui luoghi, dato che ovviamente li conosco meglio di lui, essendoci nata e vivendoci tuttora. Per cui, camuffate in mezzo a quelle di Nesser ci sono un po’ di parole mie, e la versione italiana del romanzo ha un pezzo in più che non esiste nell’originale svedese e di conseguenza manca in tutte le altre versioni straniere... Cose belle che capitano ai traduttori!
Nella mia lunga attività di traduttrice (ho incominciato che ancora non ero laureata, ossia mezzo secolo fa) ho conosciuto personalmente una buona parte dei miei Autori e ho avuto contatti proficui con quasi tutti, ma Nesser è davvero un caso a sé.
Oltre alla “collaborazione” di cui sopra, in altri romanzi ha dato il mio nome a un hotel e creato un personaggio (ancorché secondario) che fa la traduttrice e vive in campagna con i suoi cani. Con Håkan condivido infatti uno sperticato amore per i cani, ci scambiamo sempre notizie sui rispettivi amici quadrupedi e lui ha anche scritto un delizioso libretto illustrato con protagonista il suo amatissimo Rhodesian, che io ho poi tradotto (La filosofia del cane Norton, Guanda 2025). Va da sé che la mia copia dell’edizione svedese del libro è arrivata con la dedica di Norton in persona!
E… last but non least, alla cena di gala per i suoi trent’anni di fedele collaborazione con la sua Casa Editrice svedese, la più blasonata del paese, ha voluto che ci fossi anch’io, unica fra i suoi traduttori stranieri. Un’esperienza indimenticabile. Nel salone della maestosa villa di rappresentanza, dal mio posto al tavolo d’onore non solo scorgevo tutt’intorno personaggi ben noti dell’editoria e della cultura contemporanea, ma mi sentivo letteralmente immersa nella letteratura svedese, dato che alle pareti erano appesi i ritratti dei grandi Autori del passato che in precedenza avevo solo visto riprodotti nei testi di letteratura su cui avevo studiato.
Sono grata a Håkan Nesser anche per questo “regalo” – ma in primo luogo per avermi dato il piacere di occuparmi dei suoi libri, romanzi di spessore (anche in senso letterale!) che mi hanno sempre fatto riflettere sulle luci e le ombre che ci portiamo dentro. Tradurre Nesser non è mai stato solo “lavoro”, è stato anche esplorare quel “paesaggio interiore” che ogni essere umano porta dentro di sé.
Carmen Giorgetti Cima