La metafora di Achille

Argomento: Intraducibili
Autore: Dori Agrosì
Pubblicazione: 29 marzo 2026

Si parla spesso di intraducibilità con riferimento agli autori che scrivono in dialetto. Noi italiani, per esempio abbiamo come massimo esponente Andrea Camilleri, gigante del poliziesco made in Sicily, ampiamente riconosciuto in Italia e all’estero. Ogni traduttore, in ogni paese, ha il suo metodo per esportare questo tipo di scrittura in giro per il mondo senza troppo alterare l’identità geografica di origine.

Sul piano semantico ci sono altri aspetti che spesso risultano intraducibili, le parole per esempio che non hanno una corrispondenza diretta tra le lingue, i realia, le parole collegate a un habitat geograficamente agli antipodi, parole polisemiche, eccetera, fino alle metafore, le espressioni idiomatiche, le locuzioni, soprattutto se interferiscono con la fonetica, quando tra significato e suono c’è un effetto giocoso. Un bell’esempio è il titolo di un romanzo di Alessandro Robecchi, Il tallone da killer (Sellerio, 2025).

Mi fa pensare a quanto dev’essere complicato tradurre quest’espressione in altre lingue. Se si riesce a mantenere lo stesso gioco e lo stesso suono o se rimane invece una metafora geniale e intraducibile. Il tallone d’Achille racchiude un concetto noto. Achille, emblema del guerriero forte, ha il suo il punto debole nel tallone. Il concetto deriva dalla mitologia greca. La ninfa Teti immerse il figlio Achille nelle acque del fiume Stige per renderlo immortale, tenendolo però per il tallone. Quella parte del corpo rimase l’unico punto vulnerabile dell’eroe e fu proprio lì che la freccia di Paride lo colpì, uccidendolo.

Se l'eroe Achille diventa killer, la fonetica cambia, il suono diventa più deciso, prende forza evocativa, ironia e allo stesso tempo un gioco di parole tutto italiano e parodia dell’espressione fonte il tallone d’Achille.

Da Achille a killer la metafora assume l’aspetto della paronomasia, con l’aggiunta dell’assonanza Achille/killer e l’allusione a una vulnerabilità. Il contesto invece è cambiato.

Diventato killer, il protagonista porta con sé una contraddizione comica e cinica: l’idea che proprio chi uccide per mestiere abbia un punto debole, trasforma un concetto mitologico tragico in una commedia noir. La metafora anticipa la personalità dei killer, il loro cinismo non imbattibile. Si arriva quindi alla parodia linguistica o all’ossimoro implicito. D’altronde, molte opere di Robecchi si concentrano spesso sul punto di vista dei criminali, non soltanto su chi indaga. La suspense del giallo si fonde a una forte componente umoristica e satirica e il termine killer presente già nel titolo, svela il tono del romanzo, tra delitti, ironia e un ritratto cinico della società moderna dove l’autore esplora temi come la disperazione sociale e le contraddizioni della metropoli milanese.

Come si può affrontare l’intraducibilità di una metafora senza cadere nel calco? Si può sostituire l’espressione con una metafora equivalente che esprima lo stesso concetto anche se l’immagine è diversa, o in extremis trovare una parafrasi del senso. Se la comprensione lo consente, si può lasciare il titolo in lingua. Oppure, nella scelta più drastica, si decide di cambiare completamente titolo, come spesso succede.