«Ma io non ti rendo felice?», le aveva chiesto Andreja. «No, non mi rendi felice, Andreja, non mi rendi assolutamente felice, sai, quanto più cresci, tanto più mi pento di averti partorita, mi pento di essermi sposata con Pavel, mi pento di essere viva, mi pento proprio di essere nata, e voi due, tu e Pavel siete un peso tremendo, devo confessarlo, tesoro, addirittura di nascosto da me stessa a volte mi immagino che un tram vi abbia investiti entrambi, che piango al vostro funerale e indosso degli occhiali neri, ma in fondo sono felice perché ora posso tranquillamente suicidarmi, senza preoccuparmi che il mio suicidio possa gravare sulla tua anima, sulla tua vita, sul tuo destino».
Teodora Dimova affronta il tema della maternità (e della paternità) in chiave tutt’altro che idilliaca. La genitorialità regala una gioia indescrivibile, certo, ma porta con sé anche responsabilità inimmaginabili, diventa un dono ma anche un fardello, ci porta ad annullarci: con una vita che comincia, un’altra vita finisce. Ed ecco che nasce il dramma, una tragedia umana, anziché una comédie humaine alla Balzac, eppure anche Teodora Dimova ci presenta dei tipi umani, dei personaggi estremamente ben delineati, descritti in modo vivido, soprattutto per quanto riguarda i loro difetti, le loro debolezze. Madri è un grido silenzioso, un appello disperato, una richiesta d’aiuto. È un testo intimo, che ti tocca nel profondo e ti fa stare male e devo ammettere che io stessa, leggendo e traducendo, mi sono dovuta fermare piú volte, per prendere aria e prendere tempo, perché è un libro fragile ma potentissimo. Racconta i sogni infranti, le speranze tradite, l’abbandono. L’autrice non giudica gli attori della propria pièce, non condanna ma osserva, ci mostra la quotidianità dietro a una porta chiusa e, in tutta la sua crudezza, non conosce tabù: parla di malattia fisica e mentale, di miseria e depressione, di vecchiaia e di morte.
Per capire davvero Madri ho dovuto tener conto anche del contesto storico che ne fa da cornice, ovvero la fine del regime socialista di Todor Živkov nel 1990 e la progressiva e complessa transizione democratica che ne seguì. Questo periodo ha segnato profondamente il Paese e la mentalità dei suoi cittadini e, osservando attentamente, a volte se ne intravedono tuttora gli strascichi. Non a caso i richiami al periodo socialista sono frequentissimi nella letteratura bulgara contemporanea. Gli anni Novanta in Bulgaria furono un’epoca di instabilità politica e sociale, caos, corruzione e povertà. Tutto ciò si riflette direttamente nell’intreccio: il padre di Nikola, ad esempio, è ai vertici di un’organizzazione criminale, il padre di Dana non è riuscito a trovare uno straccio di lavoro e precipita nel vortice dell’alcolismo, mentre sua moglie è dovuta emigrare per poter mantenere la propria famiglia a casa. I genitori del romanzo hanno vissuto in prima persona gli anni del socialismo e ne provano una certa nostalgia, il che porta spesso a incomprensioni coi figli, creando una voragine tra le due generazioni.
Traducendo, ho cercato poi di accompagnare il lettore alla scoperta dei tanti riferimenti culturali sparsi nel testo. Nel nostro caso non è affatto un compito scontato perché in Italia si parla e si conosce molto poco della Bulgaria che, citando una splendida raccolta di Miroslav Penkov, si trova A est dell’Occidente. Mi sono servita in questo senso dell’apparato di note a piè pagina per spiegare termini come Komsomol, nestinar o kebapčeta, ma anche per fare qualche cenno sugli scrittori bulgari menzionati, tra cui Dimčo Debeljanov, Ivan Vazov e Dimităr Dimov. Quest’ultimo, tra l’altro, è il padre della stessa Teodora Dimova, nonché autore di Tabacco, classico della letteratura bulgara moderna.
Ciò che mi ha colpito di piú, però, è senza dubbio lo stile originale dell’autrice, una prosa lirica fatta di dialoghi che sfociano in monologhi, di frasi lunghe, anzi, lunghissime, tormentate, un modo di raccontare quasi asfissiante. La punteggiatura è spesso ridotta al minimo, con poche virgole e ancora meno punti fermi, mentre i punti interrogativi ed esclamativi sono quasi assenti. Nel testo di partenza nei dialoghi non si separano neppure le battute dei due interlocutori, che si fondono così in un lungo flusso di pensieri e parole, mentre nella traduzione italiana abbiamo deciso assieme all’editore di andare a capo e utilizzare i caporali per garantire una maggiore leggibilità. Infine, è stato interessante notare i cambiamenti di stile all’interno del testo: il narratore onnisciente usa un registro piú alto e poetico, un lessico piú variegato e metaforico, mentre quando dà la parola ai ragazzi la lingua diventa piú semplice per risultare piú credibile. In questo caso abbiamo reso la differenza ancora più esplicita a livello grafico con il corsivo.
Madri è la storia circolare di sette adolescenti, sette madri e un’unica figura mistica e profetica che fa da perno alla narrazione, tra l’onirico e il reale. Madri è un romanzo dedicato a tutte le madri, a tutti i figli e a tutte le figlie.
Andreja e Hristina tacciono. Si guardano negli occhi. Sentono il proprio legame, la propria dipendenza. Una delle due deve fare qualcosa per l’altra. Hristina deve prendersi cura di Andreja, o almeno dirle che le vuole bene. Anche solo accarezzarla. Anche solo sfiorarle la mano. Andreja è rimasta senza pelle. Non distoglie lo sguardo dalla madre. Aspetta anche il minimo segnale. Hristina allontana lo sguardo da lei, lo sposta di lato.
«Non puoi aspettarti niente da me. Non esisto. Sono nata in questo mondo senza esistere. Non sono tua madre. Non sono niente per te. Sono solo un relitto. Cercati una madre».