Madri

Andreja e Hristina tacciono. Si guardano negli occhi. Sentono il proprio legame, la propria dipendenza. Una delle due deve fare qualcosa per l’altra. Hristina deve prendersi cura di Andreja, o almeno dirle che le vuole bene. Anche solo accarezzarla. Anche solo sfiorarle la mano. Andreja è rimasta senza pelle. Non distoglie lo sguardo dalla madre. Aspetta anche il minimo segnale. Hristina allontana lo sguardo da lei, lo sposta di lato. «Non puoi aspettarti niente da me. Non esisto. Sono nata in questo mondo senza esistere. Non sono tua madre. Non sono niente per te. Sono solo un relitto. Cercati una madre».

Sullo sfondo della Bulgaria post-comunista nascono le Madri di Teodora Dimova, un romanzo che affronta il tema della maternità (e della paternità) in chiave tutt’altro che idilliaca. La genitorialità regala una gioia indescrivibile, certo, ma porta con sé anche responsabilità inimmaginabili, diventa un dono ma anche un fardello, ci porta ad annullarci: con una vita che comincia, un’altra vita finisce.

«Ma io non ti rendo felice?», le aveva chiesto Andreja. «No, non mi rendi felice, Andreja, non mi rendi assolutamente felice, sai, quanto più cresci, tanto più mi pento di averti partorita, mi pento di essermi sposata con Pavel, mi pento di essere viva, mi pento proprio di essere nata, e voi due, tu e Pavel siete un peso tremendo, devo confessarlo, tesoro, addirittura di nascosto da me stessa a volte mi immagino che un tram vi abbia investiti entrambi, che piango al vostro funerale e indosso degli occhiali neri, ma in fondo sono felice perché ora posso tranquillamente suicidarmi, senza preoccuparmi che il mio suicidio possa gravare sulla tua anima, sulla tua vita, sul tuo destino».

Ed ecco che nasce il dramma, una tragedia umana, anziché una comédie humaine alla Balzac, eppure anche Teodora Dimova ci presenta dei tipi umani, dei personaggi estremamente ben delineati, descritti in modo vivido, soprattutto per quanto riguarda i loro difetti, le loro debolezze. Madri è un grido silenzioso, un appello disperato, una richiesta d’aiuto. È un testo intimo, che ti tocca nel profondo e ti fa stare male e devo ammettere che io stessa, leggendo e traducendo, mi sono dovuta fermare piú volte, per prendere aria e prendere tempo, perché è un libro fragile ma potentissimo. Racconta i sogni infranti, le speranze tradite, l’abbandono. L’autrice non giudica gli attori della propria pièce, non condanna ma osserva, ci mostra la quotidianità dietro a una porta chiusa e, in tutta la sua crudezza, non conosce taboo: parla di malattia fisica e mentale, di miseria e depressione, di vecchiaia e di morte. Il tutto in uno stile originale e poetico, una prosa lirica fatta di dialoghi che sfociano in monologhi, di frasi lunghe, anzi, lunghissime, tormentate, un modo di raccontare quasi asfissiante.

«Oh, Lidia, che cosa tremenda è la vecchiaia, Lidia! Non crediamo che diventeremo vecchi, che la pancia ci si dilaterà, che avremo le cosce flaccide, che dovremo sorridere costantemente per non sembrare altezzosi e stizziti. E quando arriva di preciso, a nessuno è dato saperlo, Lidia. Ci si illude, si crede che la vecchiaia non sia ancora arrivata, che non ci raggiungerà mai, ma lei è già lì, dentro di noi, assomiglia a una macchia di cenere, che fa sbiadire tutto poco alla volta, innanzitutto la gioia. E tu, Lidia, sai che finché uno è giovane non crede che un giorno non potrà più scendere lungo il sentiero per la spiaggia, non crede che non potrà più tuffarsi in acqua e nuotare, nuotare, nuotare per ore verso il largo e altrettante ore per tornare a riva, non crede che gli è toccato partorire cinque figli, quattro maschi e una femmina, Vasiliki, che perderà i contatti con tutti loro, che non avrà bisogno di vedere nessuno dei propri cinque figli, perché quando crescono, Lidia, quando iniziano a invecchiare, una madre si allontana dai propri figli invecchiati, oppure i figli si allontanano dalla propria madre invecchiata. Non so se sarà lo stesso anche per te, Lidia, non so chi si allontanerà per primo né quando accadrà, accadeva in continuazione, ma io non ci credevo, non sono mai stata vanitosa o superstiziosa, Lidia, ma questo, questo paradosso, che un’estranea, per di più una bulgara, mi stia accanto nei miei ultimi giorni, che si prenda cura di me, che mi serva, che mi pettini, che mi lavi, che una persona del tutto estranea debba stare con me, e non uno dei miei figli, non riesco a capirlo, Lidia. Come potevo immaginare che a novantadue anni avrei parlato solamente con una bulgara, Lidia? Almeno ti avessi conosciuta molto prima, Lidia. Allora saremmo potute diventare amiche, allora avrei saputo che un’amica si prende cura di me nei miei ultimi giorni. Questo non riesco proprio a capirlo, Lidia. Non dico che sia bene o male, ma semplicemente mi lascia estremamente perplessa, Lidia».

Madri è la storia circolare di sette adolescenti, sette madri e un’unica figura mistica e profetica che fa da perno alla narrazione, tra l’onirico e il reale. Madri è un romanzo dedicato a tutte le madri, a tutti i figli e a tutte le figlie.

Giada Fratini