Nei primissimi anni Novanta, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, una famiglia bulgara, genitori e due figlie adolescenti, lascia Sofia e si trasferisce prima nel Regno Unito e poi in Nuova Zelanda. La maggiore delle ragazze, la diciottenne Kapka Kassabova, nel giro di qualche anno sarebbe diventata poetessa e scrittrice, una voce letteraria importante nel contesto europeo.
Il continente australe offre una nuova vita, dignitosa e gratificante, a una famiglia profondamente segnata dagli ultimi anni del cosiddetto socialismo dal volto umano, ma il richiamo dell’Europa è forte, perciò la trentenne Kassabova ritorna nel vecchio continente, e dopo molto girovagare si stabilisce in Scozia. Qui, scegliendo l’inglese come lingua letteraria, inizia quello che lei stessa qualche anno più tardi definirà il suo Balkan Quartet, una tetralogia dedicata a quel mondo primordiale, duro e misterioso che sempre l’attira e la chiama a sé, ma a cui non torna mai in via definitiva.
Pubblicati tra il 2017 e il 2024, i quattro libri che Kassabova dedica ai Balcani bulgari e macedoni – e che ho avuto la fortuna di tradurre – danno l’impressione di essere composti da molti mondi, che si intersecano e si contengono l’un l’altro. C’è per prima cosa un contesto geografico, che nei diversi volumi si declina in altrettante regioni, al cui interno l’autrice sviluppa e approfondisce di volta in volta un tema. Il primo libro della tetralogia è Confine. Viaggio al termine dell’Europa (EDT 2019), ambientato alle pendici del parco naturale dello Strandža, nell’angolo sud-orientale della Bulgaria, tra il Mar Nero e il confine con la Turchia e la Grecia, mentre il tema è quello del titolo, ovvero le frontiere e tutto ciò che significano nella loro relazione con l’elemento umano, da molteplici punti di vista: storico, culturale, naturalistico. Dentro al tema prescelto, scopriamo un altro mondo: la storia familiare dell’autrice, accompagnata dalla costante sensazione di sradicamento, di un’appartenenza viscerale ma necessariamente incompleta a cui si deve di continuo tornare. Ed ecco allora che acquista un senso perfetto lo strumento narrativo di cui Kassabova si serve, e cioè il viaggio. Ognuno dei libri che compongono la tetralogia è infatti il racconto di una solitaria e impetuosa esplorazione che l’autrice fisicamente compie, ma è anche un nóstos, un ritorno alla terra d’origine e una sua riscoperta.
Nel secondo volume, Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra (Crocetti, 2022), ci spostiamo in territorio macedone, e l’incrocio dei confini è qui tra Macedonia, Albania e Grecia. Il viaggio si dipana attorno ai laghi di Ocrida e Prespa, luogo d’origine della nonna materna di Kapka. È forse questo il libro più intimo, quello che ripercorre le vicende familiari, incastonate tuttavia nella storia più grande del totalitarismo comunista entro cui si svolgono. Ecco un altro mondo dentro al mondo, e cioè il periodo storico che più preme all’autrice raccontare, e che riemerge in tutti i libri del quartetto, ovvero i decenni del comunismo, la vita personale e collettiva con i suoi inspiegabili orrori dietro la cortina di ferro.
Nel 2023 esce, sempre per Crocetti, Elisir. Nella valle alla fine del tempo. Il luogo del viaggio è il territorio misterioso e buio che fa da cornice allo scorrere del fiume Mesta nella sua porzione bulgara, quasi al confine con la Grecia, delimitato dallo scosceso massiccio dei Rodopi, mentre il tema è la profonda connessione che ancora esiste in quella regione tra gli uomini e la natura, tra le erbe officinali e gli antichi saperi, tra le proprietà curative delle piante e le credenze che ancora aleggiano in quei luoghi remoti, in un affascinante intreccio tra storia, tradizioni e magia.
Per scrivere l’ultimo libro della tetralogia, Anima. Una pastorale selvaggia (Crocetti, 2024), dal massiccio dei Rodopi Kapka Kassabova si sposta poco più a ovest, sulla vicina catena montuosa del Pirin, sempre nella Bulgaria meridionale, dove trascorre un’estate sugli alpeggi in compagnia degli ultimi pastori transumanti della regione, in un contesto al limite della sopravvivenza. Custodi delle pecore di razza karakachan, di cui esistono ormai soltanto poche centinaia di esemplari, nonché dei cani da guardiania che portano lo stesso nome, i pastori che le allevano e che in tal modo ne scongiurano l’estinzione conducono una vita aspra, quasi primordiale, dettata dai ritmi della natura e degli animali che accudiscono.
Quando ho iniziato a tradurre Confine non sapevo che sarebbe stato il primo di quattro libri che condividono temi, atmosfere e una voce a tratti ironica, palpitante, decisa e in ogni caso molto personale. Anzi, che si sarebbe trattato di una tetralogia l’ho saputo soltanto alla fine, nel momento in cui l’autrice ha annunciato che con Anima quel cammino si stava concludendo.
Il filo, o meglio i fili conduttori si sono pertanto dipanati lentamente, in un viaggio di scoperta in cui ogni tappa rappresentava per così dire un mondo nuovo e al contempo un ritorno di elementi già noti. Ecco allora ripresentarsi la circolarità e l’intreccio, rimodulati in una lingua nuova attraverso il mio lavoro. E via via che i libri si susseguivano, mi ritrovavo anch’io in luoghi in parte nuovi e in parte noti, anch’io come Kapka ritornavo per così dire a casa, perché le parole, le espressioni, persino certi giri di pensiero ricorrono e si rincorrono da un libro all’altro. Il lavoro del traduttore è per certi versi totalizzante, e nel caso di un’autrice coinvolgente come Kapka Kassabova è pressoché inevitabile interiorizzare non solo una voce ma un peculiare abito mentale. Perciò alla fine, per quanto possa sembrare bizzarro, a guidarmi nelle scelte stilistiche, e più in generale nella traduzione di questi libri così belli, intensi e sinceri, è stato soprattutto l’istinto, il medesimo che ha spesso guidato l’autrice mentre viaggiava, e poi scriveva.