Il caso ha voluto che proprio questo libro, da alcuni definito «minore», sia stato l’ultimo di Cees Nooteboom – grande scrittore-viaggiatore olandese scomparso di recente – a essere pubblicato in Italia prima della sua morte. Di certo è un libro intimo, in cui l’autore ci prende sottobraccio e, passeggiando nel suo giardino mediterraneo, inizia a confidarci abitudini e riti quotidiani, ricette e riflessioni filosofico-botaniche.
Pioggia rossa parla di Minorca, della doppia vita dello scrittore tra la caotica capitale olandese e la solitaria campagna isolana spagnola, dove ha vissuto per lunghi periodi e negli ultimi anni si era ritirato definitivamente. Soprattutto è una lunga riflessione sullo spazio-tempo, e sulla memoria, che può rivelarsi più o meno affidabile man mano che la distanza dagli eventi si allunga. E se è vero che prima di morire si rivede il film della propria vita, qui quel film scorre sotto i nostri occhi – a fotogrammi spesso sfocati – in compagnia di chi lo ha vissuto. Un privilegio non da poco, così a braccetto di Nooteboom.
Il libro si apre con i racconti della vita a Minorca: il gatto Pipistrello, il giardino selvatico, i pittoreschi vicini di casa, il paesaggio brullo del campo in estate – episodi significativi ora esilaranti, ora commoventi. Poi, a metà strada, il ritmo rallentato dell’isola porta la mente di Nooteboom a vagare a ritroso nel tempo, all’emozione del primo viaggio e di altri che sono seguiti. Dal presente dell’isola affiora il passato: gli anni in collegio dai frati, il primo viaggio fuori dall’Olanda, i primi confini attraversati, gli incontri che hanno dato vita ad amicizie fugaci o di una vita. E c’è una cosa che tutti i racconti di questo libro hanno in comune: il tempo, prendersi il tempo, come base imprescindibile di consapevolezza.
Non a caso nei brevi capitoli che si susseguono, Nooteboom descrive – en passant o più nel dettaglio – varie attività che richiedono tempo, a cui solo il tempo dà senso e, se va bene, assicura riuscita. Come ad esempio spazzare con metodo e pazienza le mille bacche rosse che cadono sul suo patio; aspettare un anno per vedere rami secchi riprendere a fogliare; osservare la laboriosa costruzione manuale dei muri a secco nella campagna circostante; cucinare le fretzes, un piatto tradizionale minorchino che oramai nessuno prepara più perché richiede – appunto – troppo tempo.
Scopriamo che già da giovanissimo Nooteboom ha imparato l’arte di prendersi il tempo: si rivede collegiale a raccogliere fiori e piante per un erbario, attività ben più meditativa che pratica (tra parentesi, elencando i nomi degli esemplari contenuti nel vecchio quadernino, commenta che sarà un ottimo esercizio per i suoi traduttori). Ripercorre il primo avventuroso viaggio in autostop con destinazione Parigi, la lunga traversata in nave fino al Suriname per raggiungere la prima innamorata, le infinite peregrinazioni per curare il mal di schiena che a intervalli regolari lo costringe a fermarsi. Immagina perfino un intermezzo onirico a Recanati, con un poeta tedesco nei luoghi di Leopardi (il poeta dell’infinito e del tempo dilatato trascorso in solitudine nella biblioteca paterna), e conclude con il racconto di un viaggio a Tonga, l’arcipelago remoto del Pacifico in cui arrivando in volo da Est lo scatto del fuso orario trasforma miracolosamente lo ieri in oggi, e ti fa rivivere da capo le ultime 24 ore – un dono prezioso in un’epoca in cui tutto va fin troppo veloce.
Prendersi il tempo: forse il lusso più grande per un traduttore. Adeguarsi spontaneamente al passo dell’autore, passeggiare al suo ritmo. E quando è lo stesso autore, come fa Nooteboom, a invitarti a prendere il tuo tempo, a riflettere sulle parole il tempo che ci vuole, il risultato è una sensazione di sollievo rispetto al ticchettio della consegna che noi traduttori avvertiamo sempre in incombente avvicinamento. E nel prenderti il tempo, nella percezione rallentata del suo scorrere, ti rendi conto, come fa Nooteboom, che questa dilatazione – paradossalmente – non sottrae tempo, ma al contrario allunga quello che hai a disposizione. Pioggia rossa è stato il primo libro, e forse si è compiuta anche per me una sorta di magia di Tonga, che sono riuscita a consegnare ben prima della scadenza, per la gioia dell’editore. E finalmente ho capito cosa intendeva quel vecchio falegname a cui una volta ho sentito dire: «Fai con calma. Così finisci prima».