Theodor Kallifatides, il greco di Svezia
Quando, nella primavera di tre anni fa, ricevetti dalla casa editrice Voland la proposta di tradurre un libro di Theodor Kallifatides rimasi al tempo stesso stupita e felice. Ovviamente conoscevo l’Autore fin dai tempi (remoti!) dei miei studi universitari e avevo letto un paio dei suoi libri, ma professionalmente non mi ero mai occupata di lui. Pur essendo uno degli scrittori più amati e rispettati del panorama letterario svedese, non era mai stato oggetto di particolare interesse in Italia in quanto non rappresentativo di quella narrativa di stampo prettamente scandinavo che si voleva far conoscere ai lettori nostrani. In Svezia per contro piaceva proprio per quella sua “diversità”, per il “calore mediterraneo” che permeava la sua scrittura e il suo modo di essere.
Theodor Kallifatides, nato nel 1938 a Molaoi in Laconia e immigrato in Svezia nel 1964, tre anni soltanto dopo l’arrivo in un paese della cui lingua non conosceva una sola parola si laureava in filosofia all’università di Stoccolma. Certo le basi culturali non gli mancavano, la sua era una famiglia di insegnanti (sia il padre sia il fratello maggiore lo erano) e Theo stesso aveva studiato fino alla maturità ad Atene e poi frequentato una scuola di arte drammatica insieme ai suoi due amici di sempre, diventati in seguito un celebre attore e l’altro un famoso regista, ma in ogni caso laurearsi da fresco immigrato non è certo “da tutti! Dopo la laurea intraprende anche lui la carriera di insegnante, ma ben presto debutta come scrittore con una raccolta di poesie uscita nel 1969 presso Bonniers, una delle maggiori case editrici del paese, che negli anni successivi pubblicherà una lunga serie di suoi romanzi che in Svezia lo renderanno non solo il primo grande autore immigrato ma anche una delle voci più significative della letteratura svedese contemporanea. Amatissimo dal pubblico per la sua “anima greca” e giustamente acclamato dalla critica per l’elevata qualità della sua scrittura, Kallifatides è anche traduttore (di poeti greci in svedese e di poeti svedesi - oltre che di sé stesso – in greco) ed è stato anche a lungo caporedattore della più autorevole rivista letteraria svedese, “Bonniers Litterära Magasin”. Un autentico ambasciatore culturale a doppio senso, che negli anni ha ricevuto premi e riconoscimenti sia nel suo paese nativo sia in quello di adozione.
Proprio il viaggio in Grecia che Theodor, insieme alla moglie svedese, intraprende per andare a visitare il liceo che gli hanno intitolato nella sua città natale è il tema del primo libro dell’autore greco pubblicato da Voland nel 2025, Una vita, ancora.
In un momento cruciale della sua esistenza – arrivato all’età di settantasette anni e sfinito dall’ultima fatica editoriale – Kallifatides è ormai deciso a smettere di scrivere, e un giorno chiude per l’ultima volta la porta del suo amato studio nel pittoresco quartiere di Söder a Stoccolma, dove da settimane non riusciva più a mettere nero su bianco nessun pensiero, nemmeno una parola.
Prova a farlo nella quiete domestica della villa fuori città dove abita con la moglie Gunilla, che a differenza di lui è andata in pensione da un pezzo, ma anche lì l’ispirazione non arriva. Forse perché a casa in qualche modo non si sente a suo agio, gli manca l’intimità dello studio dove ha lavorato per una vita, e inoltre ha l’impressione che anche Gunilla soffra nell’aver perduto la propria, di indipendenza. Così comincia a uscire tutti i giorni, per lunghe passeggiate senza meta ma piene di pensieri e di ricordi.
Con l’arrivo dell’estate i coniugi si trasferiscono come consuetudine nella casa di villeggiatura sull’isola di Gotland, dove a Theodor l’ispirazione non era mai mancata, ma stavolta il vuoto interiore non fa che crescere. Le giornate diventano di colpo interminabili, e anche qui la soluzione sono le lunghe passeggiate solitarie e una nuova attività, la palestra, dove almeno la sua “vanità di greco” è soddisfatta dal constatare che soprattutto le signore lo riconoscono e hanno letto i suoi libri…
Verso la fine dell’estate, vedendo uno stormo di uccelli partire verso sud si accorge di provare anche lui un’acuta nostalgia di casa, e ricordando di avere un invito aperto per visitare il liceo che gli hanno intitolato a Molaoi, decide di ritornare in Grecia.
Dopo una breve sosta ad Atene, dove con la nostalgia dell’emigrato scopre che molte cose sono cambiate ma non in meglio, noleggia un’auto e parte con la moglie alla volta di Molaoi. Il viaggio lo riconcilia con la “sua” Grecia, attraverso tappe dove rivive ricordi personali e ripercorre anche la storia antica del suo paese, sconfinante in miti che sfidano il tempo.
Una volta giunti a destinazione, i due coniugi sono accolti con calore dalla preside e dai professori del liceo locale, e una sera assistono alla rappresentazione teatrale di una tragedia di Eschilo, recitata dagli studenti del liceo nel piccolo anfiteatro della cittadina. Esiste un altro luogo al mondo dove i ragazzi recitano Eschilo? Si chiede Theodor prima di salire egli stesso sul palco per ringraziare.
Il mattino seguente apre il computer portatile, pensa a un caro amico su in Svezia e comincia a scrivergli. In greco. Le parole arrivano con naturalezza, con l’inarrestabile fluidità dell’acqua che sgorga da una fonte sotterranea. Il testo di Una vita, ancora nasce così, grazie alla riscoperta della propria lingua madre. Più tardi Kallifatides lo riscriverà in svedese, adattandolo al ritmo e alla struttura della sua seconda lingua – ed è quello il testo che io ho poi tradotto con il piacere profondo che un traduttore può provare solo davanti a un piccolo gioiello.
Il libro fu accolto molto positivamente e Voland mi chiese se c’era qualcos’altro di Kallifatides che pensavo valesse la pena tradurre. La mia scelta cadde su Madri e figli, un libro pubblicato in Svezia nel 2007 e uscito da noi nel gennaio di quest’anno (2026).
Romanzo decisamente più lungo e complesso del precedente, racconta una storia in cui presente e passato si intrecciano di continuo, e che ruota intorno alla famiglia dell’Autore: la madre, all’epoca vivente, e il padre, morto da diversi anni ma che ancora vive attraverso le pagine del lungo diario che ha lasciato in eredità a Theo perché lo traduca a beneficio dei suoi figli e nipoti svedesi, perché sappiano da dove vengono.
È un libro meraviglioso, sia nel quieto racconto contemporaneo del rapporto con una madre che, ormai ultranovantenne, vede sempre nel figlio il suo “piccolino” (Theo è il minore di tre) e continua a circondarlo delle sue premure materne, sia nella narrazione epica e commovente della vita del padre, nato a Trebisonda nella comunità greca stanziata da tempo immemorabile sulle sponde turche del Mar Nero, e passato attraverso le vicissitudini storiche che hanno interessato quell’area geografica e la sponda Europea del Bosforo, la Grecia e la Bulgaria.
Madri e figli è un libro troppo complesso per poterlo riassumere in questa sede, per cui posso solo caldeggiarne la lettura, ne varrà la pena! Per me è valsa assolutamente la pena tradurlo, nonostante l’ovvia difficoltà di dover adeguare il linguaggio secondo i tempi e le situazioni, e le tante ricerche necessarie per capire riferimenti a luoghi ed eventi storici. Dal punto di vista linguistico, la presenza di molti termini turchi riportati nel diario del padre in quella che definirei “trascrizione fonetica approssimativa” ha rappresentato un ostacolo stimolante – sfida che ho superato grazie a una certa infarinatura di turco… ma questa è un’altra storia!