Neve di giugno | Ljuba Arnautovic | Traduzione dal tedesco di Alessandro Luzzi | Keller editore, 2026

Argomento: Romanzo
Pubblicazione: 28 marzo 2026

Ogni grande racconto di formazione comincia con una separazione che vede il protagonista allontanato dal proprio mondo e costretto a varcare una soglia dalla quale non è più possibile tornare indietro. In Neve di giugno, il secondo volume della trilogia autobiografica di Ljuba Arnautović, quella soglia è una foresta. Non il bosco rassicurante delle passeggiate romantiche, ma quello archetipico delle fiabe europee: il luogo dell’ignoto e della perdita, ma anche dell’iniziazione, della trasformazione, della scoperta di sé. Siamo nel 1934, a Vienna. Slavko e Karli sono due giovanissimi fratelli che la madre Eva, militante del Partito comunista austriaco, decide di mandare in gran segreto in Unione Sovietica nella speranza di salvarli dalla violenza che sta travolgendo le loro vite, l’Austria e, con essa, gran parte del continente europeo. La separazione tra Eva e i figli, iniziata all’imbrunire alle soglie di un fitto bosco, durerà vent’anni. Durante quei due decenni i fratelli si ritroveranno a vagare negli anfratti più bui della Storia del Novecento. Solo uno di loro, però, sopravviverà.

Quando ho letto Neve di giugno per la prima volta, non ho potuto fare a meno di pensare alla fiaba di Pollicino, l’eroe gracile e silenzioso, ma dotato di una straordinaria intelligenza, che riesce a superare una lunga serie di terribili prove. L’accostamento potrà suonare bizzarro, ma anche Karli, il più piccolo dei fratelli austriaci, è destinato ad affrontare innumerevoli cadute, fallimenti e anche qualche successo. Anche Karli sarà, a suo modo, il protagonista di un Bildungsroman, quel genere di romanzo nato in Germania alla fine del Settecento per raccontare la formazione di un individuo, di un carattere, attraverso una serie di vicissitudini che conducono il protagonista, lentamente ma inesorabilmente, a incontrare e realizzare il proprio destino. Non intendo soffermarmi sulla trama, densissima e asciutta, di Neve di giugno, il racconto che Roberto Keller mi ha gentilmente offerto di tradurre qualche tempo fa. Vorrei invece provare a delineare alcune delle suggestioni che questa lettura mi ha suscitato.

Neve di giugno inizia come una fiaba, e sembra persino seguire lo schema narrativo che Vladimir Propp, nella sua Morfologia della fiaba (1928), ricavò dall’analisi di decine di racconti della tradizione europea. Anche il romanzo di Arnautović è popolato di figure archetipiche: l’eroe, Karli; l’antagonista, incarnato dall’austrofascismo e dal nazismo; il mandante, la madre Eva; il donatore, l’Unione Sovietica; l’orco, Stalin - per citarne alcuni.

Ma per quanto potenti ed evocativi siano i punti di contatto in cui le vicende di Karli e di Pollicino sembrano sfiorarsi, la svolta decisiva nella vita del ragazzino austriaco, quella che separa irrevocabilmente l’eroe dai comprimari e lo innalza sul proscenio del racconto, è, a mio parere, racchiusa in una scena brevissima e fulminea: è il momento in cui Karli - compiendo un gesto sorprendente, un atto di ribellione assoluta - si libera dei propri documenti gettandoli nella guardiola incustodita dell’orfanotrofio pubblico sovietico a cui è stato assegnato e sceglie di diventare un besprizornye, come venivano chiamati i poverissimi bambini di strada che a milioni vagavano per le strade delle città russe dell’epoca.

Karli è ancora un ragazzino e la sua è una decisione apparentemente incomprensibile, e forse proprio per questo rivelatrice. Con questa fuga l’eroe-bambino smette di interpretare il ruolo di vittima, e s’incammina verso il proprio destino. Naturalmente Karli è anche una vittima della Storia e delle sue fratture e illusioni e miraggi, ma da quel momento in poi diventa molto di più. Questa scena, densa e ineluttabile, questo gesto dettato apparentemente dall’istinto, mi ha ricordato ciò che in tedesco viene definita Sternstunde, l’ora stellare che Stefan Zweig descrive con queste parole:

“Sono momenti rari, ore stellari in cui maturano decisioni che trascendono la contingenza e che, fulgide e immutabili come le stelle, risplendono sopra la notte dell’umana caducità.”

Se ci spostiamo nel dominio della psicologia, quel momento raro coincide con l’istante rivelatore in cui è possibile intravedere per la prima volta ciò che James Hillman, lo psicologo junghiano autore dello splendido Il codice dell’anima, chiamerebbe la “ghianda del carattere”: il nucleo nascosto da cui crescerà l’intera quercia della personalità. Nel suo libro, Hillman cita, tra le altre, una riflessione del poeta inglese W.H. Auden:

“La cosiddetta esperienza traumatica non è un incidente, bensì l’occasione che il bambino stava pazientemente aspettando per poter dare necessità e direzione alla propria esistenza, in modo che essa diventasse una faccenda importante. E se non si fosse verificata quella, ne avrebbe trovata un’altra, ugualmente banale.”

Il racconto mostra, tra le altre cose, come si plasma un carattere dentro la violenza della Storia. E qui, un’altra suggestione: Karli ha sempre ammirato il fratello maggiore Slavko; sembra infatuato della sua bellezza, intelligenza, simpatia, fascino. Gli invidia queste qualità, sogna di possederle anche lui, un giorno. Eppure sono qualità che, scopriremo, sembrano funzionare soltanto in tempi di pace. Sarà quindi Slavko a soccombere, l’affascinante fratello, il pacifista, il colto Slavko a finire nella schiera di quelli che Primo Levi chiamava i “sommersi”. Karli, al contrario, mano a mano che il racconto procede, scopre di possedere le qualità che garantiscono la sopravvivenza in tempi tragici, burrascosi, violenti: sarà lui a finire nella schiera di coloro che sempre Primo Levi chiamava i “salvati”.

In filigrana, le vite di Karli e di Pollicino sembrano procedere lungo il medesimo percorso archetipico: sono esperienze umane universali che mescolano e fondono il mondo della fantasia con quello della brutale realtà. È l’istinto di sopravvivenza, sempre più sviluppato via via che il grado di complessità delle sfide aumenta, ad accompagnarli.

Neve di giugno è anche un racconto sulla fame: sul cibo e sulla sua mancanza. Sul cibo reale, ma anche su quello metaforico. Nelle fiabe, del resto, la fame è uno dei motori più potenti dell’intreccio. C’è un punto del romanzo in cui Arnautović racconta l’ossessione del padre per il calcolo delle calorie durante il periodo trascorso nel gulag: questa aritmetica della sopravvivenza è fondamentale per mantenere il fragile equilibrio tra sforzo fisico ed energia disponibile. Solo grazie a essa il protagonista può salvarsi da una morte certa. Karli lo ha capito e trasforma questa semplice legge fisiologica in comandamento.

Karli è piccolo, smilzo, magro; dimostra sempre molti meno anni della sua età, e in più è scaltro, ricettivo, pragmatico. Anche nel fisico ricorda Pollicino. Ha bisogno di poco per sopravvivere. La razione di cibo sempre a rischio di essere ulteriormente ridotta che riceve in riformatorio, in carcere, nel gulag, è del tutto insufficiente per un uomo di corporatura robusta. Molti, attorno a lui, muoiono ogni giorno di fame. Il corpo smilzo di Karli, invece, finisce pian piano per abituarsi alla manciata di calorie di cui può disporre quotidianamente.

È un dettaglio profondamente sconcertante e rivelatore: mostra come, accanto al carattere, alla volontà e all’istinto di sopravvivenza, nella Storia agiscano anche fattori casuali, talvolta perfino di natura biologica e fisiologica. A volte ciò che ci separa dalla morte certa dipende anche da questo: da un corpo più piccolo, da un metabolismo diverso, da una fortuita coincidenza genetica.

Neve di giugno accenna soltanto, quasi in filigrana, ai temi che troveranno pieno sviluppo nel terzo e ultimo romanzo della trilogia, attualmente in traduzione: il trauma transgenerazionale, l’attribuzione delle colpe, la gestione della memoria sul piano personale e su quello collettivo, la ricostruzione, nel dopoguerra, dell’identità del singolo e di una società che ama rappresentarsi solo come vittima. E ancora: l’occultamento delle responsabilità e la celebrazione della Resistenza, il complesso e doloroso rapporto tra Karli adulto e le donne della sua famiglia. Nemmeno la questione dell’identità, o meglio delle identità, trova pieno spazio in Neve di giugno: i protagonisti sono troppo occupati a sopravvivere. È un tema appena sfiorato, che appare in controluce.

Sebbene Arnautović - nata a Kursk, Russia, nel 1954 - sia bilingue, russa da parte di madre e austriaca ed ebrea da parte di padre, e viva a Vienna in maniera stabile solo dalla fine degli anni Settanta, questa storia non è ancora la sua storia. Ne è soltanto il prologo. Sarà Primogenite, l’ultimo romanzo della trilogia attualmente in traduzione, a dare voce ad Arnautović in quanto figlia e donna.

Neve di giugno non è, e non potrebbe essere altrimenti, un romanzo morale. È però un racconto sulla complessità umana, anche sulla complessità di raccontarla. In merito alla traduzione, voglio dire che non mi considero un traduttore nel senso tecnico del termine. Mi ritengo però un lettore appassionato. Sul piano strettamente linguistico, non si è trattato di un romanzo particolarmente difficile da tradurre. La scelta da parte dell’autrice di narrare servendosi del presente storico ha permesso che mi ambientassi abbastanza rapidamente in quelle vicende.

Le difficoltà sono state di altra natura. Il problema principale è stato lo sfondo storico appena abbozzato. Il racconto è sorretto da grandi archi narrativi all’ombra dei quali si svolgono le umane vicende dei protagonisti. Per poter tradurre il racconto ho però avuto bisogno di creare innanzitutto uno spazio mentale in cui gli eventi potessero svolgersi e i protagonisti potessero esprimersi. Ho sempre avuto bisogno di immaginare, vedere, visualizzare tutto ciò che leggo.

Per questo, durante la lettura-traduzione, mi è capitato di frequente di posare il volume di Arnautović per dedicarmi ad altri testi: Anne Applebaum, Timothy Snyder, Primo Levi, Šalamov, Solženicyn, per citarne alcuni. Il libro di Luciano Mecacci sui besprizornye, i bambini di strada nella Russia sovietica degli anni Venti e Trenta, è stata una lettura profondamente angosciante ma fondamentale: se ho compreso qualcosa di Karli, lo devo soprattutto a quel libro. Grazie a queste letture sono riuscito, un poco alla volta, a ricostruire mentalmente quel mondo che dall’epoca zarista accompagna il lettore fino agli anni Settanta del Novecento, a dargli prospettiva, plasticità, colore. Ho trascorso diverse ore su Google Earth per individuare il villaggio ai piedi di Kursk dove il romanzo si apre e da dove proviene un ramo della famiglia materna dell’autrice, ma anche per esplorare Vienna. Le strade, i fiumi, le chiese, addirittura i ponti citati nel romanzo sono tutti lì, ciascuno sospeso nella sua goccia d’ambra.

Su internet ho trovato inoltre fotografie d’epoca di Karli, Slavko, Eva, Nina. È stato emozionante e commovente incrociare il loro sguardo. Soltanto grazie a questo percorso di avvicinamento sono riuscito ad affrontare il testo vero e proprio.

Qualche giorno dopo aver consegnato la traduzione ho raggiunto Vienna con un treno notturno. Una volta arrivato, ho cercato uno a uno i luoghi evocati nei capitoli viennesi del romanzo: il quartiere operaio di Favoriten, oggi il secondo più popoloso e multiculturale della metropoli austriaca, abitato prevalentemente da serbi, siriani, turchi, rumeni, bulgari, afgani; quello di Döbling, che comprende il versante del Wienerwald che degrada verso il Danubio e il Canale del Danubio; i monumentali complessi di edilizia popolare comunale risalenti all’epoca della Vienna Rossa; lo Stadtpark, il placido parco ottocentesco sorto lungo le antiche mura della città; e ancora Floridsdorf, il villaggio sulla sponda settentrionale del Danubio dove Kafka, il padre di Karli, ha vissuto con la compagna dopo il ritorno dall’Inghilterra; la caotica Landstraßer Hauptstraße; la chiesa di Santa Barbara, dove si riunisce ancora oggi la comunità greco-ortodossa ucraina, solo per citarne alcuni. Era febbraio, ma insolitamente caldo. In quelle giornate illuminate per una manciata di ore soltanto da un pallido cielo azzurro leggermente striato, ho riscoperto una grande e meravigliosa città, il cui recente e tragico passato mi era rimasto fino a quel momento in gran parte sconosciuto. Ma questa, va da sé, è un’altra storia.