A modo nostro

Traduzione da: cinese | autore: Chen He | Traduzione di Paolo Magagnin | editore: Sellerio, 2018

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Articolo: Cristiana Fordyce

Da un’oscura regione del sud della Cina, Xie Qing viene chiamato a Parigi per il riconoscimento del cadavere della moglie, Yang Hong, morta in un tragico quanto misterioso incidente stradale.

Xie Qing si ritrova in una gelida camera mortuaria ad accarezzare il bel volto della moglie, segnato dalle labbra in un'espressione sprezzante quasi a ricordargli la differenza sociale tra lui, un semplice camionista, e lei, figlia dell’oligarchia cinese. Seppure entrambi originari dell’oscura cittadina di Wenzhou, la distanza tra loro sembra ingigantirsi sul suolo francese, tanto alieno a lui, quanto rifugio per lei. Proprio in Francia aveva trovato il capitalismo occidentale e un altro uomo, un intellettuale cinese a rivoluzionarle la vita.

Il romanzo si snoda sulla falsariga del noir, sulla quiete della vita francese e sulla morte di Yang Hong. È in realtà la storia dell’esule che solo fuori dalla propria terra prende coscienza di sé. Nella novità del nuovo mondo, Xie Qing scopre frontiere, possibilità e desideri. Dalla Francia alla Grecia, passando per Albania, Italia e nuovamente Francia, la scalata sociale di Xie Qing ha il prezzo dell’illegalità e della stessa vita di altri esuli, riscosso nella apparente ineluttabilità degli eventi. Sulla sua strada si avvicendano ritratti di occidentali sbiaditi, insignificanti e deludenti come il sapore del loro cibo; volti anonimi di connazionali rassegnati a una vita in fuga dai controlli della polizia, schiavizzati negli sweat shops o avvinghiati alla mafia internazionale. La stessa intelligentia della rivoluzione culturale sfugge alle condanne del regime vivendo fuori dalla Cina, in posti avulsi da qualsiasi realtà. Non ci sono vincitori in questa storia. Tutti sono sempre e unicamente degli esuli. Si distingue Quamei, la facoltosa proprietaria di immobili e ristoranti di Parigi, arrivata nella capitale in fuga da miseria e prostituzione, da una condanna per traffico clandestino di immigrati e da un processo in Cina. Come Raskolnikov di Dostoievski trova pace nei campi di lavoro da cui era fuggita. Il romanzo di Chen He ha la coralità di una prospettiva che solo l’esule può cogliere. Non è la storia del cosa, ma appunto del come.

Gli eventi a volte rocamboleschi, a volte drammatici e spesso attinti ai tragici eventi della cronaca degli anni Novanta ci mostrano la nostra realtà occidentale dalla periferia. È il punto di vista dell’esule, del migrante sulle navi di fortuna. L’autore ci costringe a incontrarne lo sguardo, mentre gli occhi accecati dai fari delle motovedette della guardia costiera si aggrappano alla speranza di un’attesa nutrita di sacrificio e paura. Sellerio, che ha pubblicato in esclusiva mondiale questo romanzo nella collana il Contesto, ha colto l’importanza della prospettiva multiforme proprio perché periferica. Il Contesto accoglie un libro dove il modo, la visione, il taglio da regista fa davvero tutta la differenza. È, come ci ricorda l’editore: “un dare voce alla letteratura contemporanea internazionale, dedicandosi in modo esclusivo a testi originali che esplorano nuove strade e a narrazioni che in qualche modo sono sguardi dalla «periferia», dai «contorni», dalle «circostanze esterne». Il romanzo fornisce la mappa per leggere questo mondo diverso di clandestini, di immigrati, di disperati, di faccendieri e di esuli.

La chiave di A modo nostro è celata nel linguaggio. Nel rito di riconoscimento della moglie il protagonista dichiara alle autorità che sì, quella donna era sua moglie: “Di cognome faceva Yang, il carattere con il radicale che significa legno e, a destra, la parte che significa cambiamento. E cambiamento è l’ordito su cui si avviluppa la trama, fili verticali su cui si tesse la tela degli eventi, verticali come la scrittura a ideogrammi. Per leggere bene bisogna leggere in verticale: cambiamento accanto a legno, la permanenza, la radice stessa. Il dramma di volere cambiare, dovere cambiare, ma senza danneggiare nel cambiamento la radice: un’operazione impossibile. Il legno infatti per sua parte vuole cura, pretende protezione. Wenzhou è la città da cui provengono anche tutti i personaggi, un luogo che non porta niente di buono a nessuno, né in Cina né all’esterno.

Nota per l’abbondanza di eucalipto, Wenzhou è memoria di fatica. Il legno dell’eucalipto è infatti sinonimo di fatica, ma anche di fretta. L’eucalipto, il Sanyipai, che nel dialetto di Wenzhou significa tre anni in spalla, è un legno vendicativo che porta su di sé il segno della fatica e il presagio del fallimento. Il Sanypai, presentava degli aloni scuri che parevano lividi bluastri provocati da percosse e in breve tempo, il tavolo fatto con l’eucalipto non reggeva più, nemmeno delle semplici scodelle di brodo. A modo mio è un libro che merita di essere assaporato senza fretta, nella distillata attenzione alla parola che magistralmente conduce il lettore ben oltre il brivido del noir europeo.

Editore di A modo nostro