Linguista di formazione, già redattore del Mulino di Bologna, ha tenuto corsi di Teoria e Pratica della Traduzione presso il Dipartimento di lingue ugro-finniche dell’Università di Firenze. Vive e lavora a Helsinki, dove insegna lingua e cultura italiana, e dirige la rivista online La Rondine. Ha tradotto dall’inglese e dal finlandese romanzi e saggi. Dal finlandese ha tradotto romanzi di Arto Paasilinna, Sofi Oksanen, Kari Hotakainen, Emmi Itäranta, Tuomas Kyrö, Pajtim Statovci, Mika Waltari.
Buongiorno Nicola, da molti anni vivi a Helsinki. Quando hai scelto di imparare la lingua finlandese?
In principio ci fu la lingua ungherese, poi per una poco fondata curiosità ugro-finnica finii a Helsinki. E da allora la vita mi ha offerto questa lingua e la possibilità di tradurla. Ho abbracciato anche lei.
Come sei arrivato quindi a occuparti di traduzione letteraria?
Solo per via dell’interesse sempre coltivato per la letteratura. Avevo cominciato in Italia con l’inglese (Mary McCarthy), poi da Milano seppi che Iperborea cercava un traduttore per Paasilinna. Il riscontro fu positivo, e da allora ho tradotto una trentina di romanzi di tanti autori diversi.
Che posto occupa a tuo parere la narrativa nordica in Italia?
Oggi ha un posto notevole, grazie al lavoro seminale di Iperborea. Ma per quanto riguarda la letteratura finlandese, si tratta sempre di una nicchia, con dentro una sola statua: Arto Paasilinna. “Il nostro apripista”, riconosceva ironicamente Kari Hotakainen intervistato durante un Salone del libro, “noi altri gli arranchiamo dietro.” Le piccole patrie letterarie hanno questo infelice destino: di vedersi etichettare per uno, massimo due autori, condannati a rappresentare il complesso di quella cultura. È l’effetto “villaggio del Far West”, dove sull’unica strada si trova uno di tutto. Paasilinna ha così svolto anche un ruolo negativo, oscurando le tante tendenze della letteratura del suo paese sotto un’etichetta, l’umorismo, al di fuori della quale uno scrittore finlandese semplicemente non viene riconosciuto come tale.
La narrativa finlandese tradotta in italiano è rappresentativa della nuova generazione di autori pubblicata dagli editori finlandesi?
Solo fino a un certo punto. Spesso la scelta cade esclusivamente sulle “ultime novità”, nella speranza di scoprire un “nuovo Paasilinna” o comunque uno scrittore in grado di imporsi sul mercato. Ma la scelta è spesso priva di memoria storica. Come si fa a conoscere la letteratura di un paese senza avere un’idea della sua evoluzione? Del passato letterario finlandese si conosce molto poco, quasi esclusivamente Mika Waltari, tradotto in genere da altre lingue e in versione abbreviata e poco altro. Quando invece esisterebbero scrittori fondamentali, capaci tra l’altro di capovolgere il canone del ‘villaggio’. Penso per esempio a Timo Mukka (1944-1973), solo recentemente tradotto dall’impagabile editore Vocifuoriscena: si tratta di una grande figura intellettuale, creatore di storie mitiche sul confine tra civiltà finlandese e mondo Sámi, dove le vicende di piccoli allevatori di renne assumono contorni epici, sullo sfondo di una natura crudelmente partecipe. Un erede dei nostri giorni di un mondo affine, di transizione tra culture e civiltà diverse, è Pajtim Statovci (tradotto in Italia da Sellerio), scrittore capace di trasportare tra le nevi nordiche mitologie e angosce torride del suo Kosovo originario. Segno che oggi la stessa Finlandia è meglio attrezzata per accettare una scrittura trasversale, multiculturale, e questo fa sperare che anche la considerazione del suo passato ne esca rafforzata. Anche nelle scelte editoriali delle traduzioni all’estero.
Che posto occupa l’insegnamento della lingua finlandese in Italia?
A quanto ne so io, abbastanza modesto. Anche qui si tratta di una nicchia nel campo degli studi umanistici, e nonostante la presenza di qualche figura di rilievo in ambito accademico non si hanno riscontri tangibili di una ricerca sistematica che si traduca in pubblicazioni scientifiche su riviste e volumi di editori di prestigio. La conseguenza è che la lingua finlandese, sui media e nella conoscenza comune, resta un codice misterioso, praticamente indecifrabile. Nella mia esperienza, dichiarare che sono un traduttore dal finlandese genera solitamente reazioni facciali scomposte.
Lo status del traduttore in Finlandia è lo stesso che in Italia?
Non mi risulta che abbia uno status differente, dal punto di vista della considerazione intellettuale. L’unica davvero sostanziale differenza è che il lavoro di traduzione letteraria è pagato dagli editori finlandesi molto di più di quanto lo sia da parte degli editori italiani. Senza eccezione. In questo senso, professionale quindi, lo status è profondamente diverso: in Finlandia un traduttore può vivere del suo lavoro.
Quali difficoltà incontri nel tuo mestiere di traduttore, sono gli editori che ti contattano oppure è più semplice trovare un editore interessato?
Posso dire di me: di solito vengo contattato dagli editori italiani, che mi chiedono di tradurre un volume o, a volte, mi chiedono un parere su un nuovo romanzo segnalato loro da un’agenzia letteraria. Quando ho cominciato a tradurre, circa trent’anni fa, era più frequente che il traduttore, vivendo in Finlandia, facesse da scout per l’editoria italiana. Oggi lo sviluppo prepotente delle grandi agenzie letterarie ha relegato i traduttori a un ruolo di verifica in seconda battuta.
In base a quali criteri scegli gli autori che traduci e quali sono i tuoi rapporti con loro?
Nei limiti di scelta su menzionati, posso solo permettermi, in certi casi, di rifiutare una traduzione perché trovo poco interessante un autore o il soggetto del libro. Penso alla cosiddetta “giallistica” finlandese che, sulla scia di quella svedese, meglio attrezzata, propone periodicamente un nuovo autore. Ecco, dopo un tentativo abbastanza deludente, mi è capitato di rifiutare un autore di thriller.
Se potessi cambiare qualcosa del tuo mestiere di traduttore, da cosa cominceresti?
Cambierei qualcosa nel campo della mia “responsabilità” in questo lavoro. Proprio perché manca una conoscenza “storica” della lingua letteraria finlandese, spesso alcune scelte stilistiche fatte dal traduttore (e me lo confermano diversi colleghi) non vengono rispettate dagli editori italiani, che affidano la revisione delle traduzioni a persone, in genere competenti, che però limano il testo, in genere rendendolo più fluido e leggibile, senza tenere conto di asperità del testo legate a condizionamenti storici. Nella letteratura finlandese, come in tutte, agiscono tradizioni antiche, modelli di scrittura su cui si sono formate generazioni di autori. Come per tutte le tradizioni letterarie, anche in quella finlandese agiscono modelli antichi (Kalevala) e moderni (Väinö Linna), spesso riconoscibili per il traduttore avvertito, e dunque i tentativi di chi traduce di far trasparire per quanto possibile quella presenza letteraria, anche a scapito della fluidità del testo, andrebbero rispettati. Il modello del “traduttore invisibile” è quello sistematicamente adottato da (quasi) tutti gli editori italiani, ed è quanto di più simile al lavoro di un’intelligenza artificiale. Mi viene in mente una formidabile sentenza di Giorgio Manganelli, in un suo elzeviro del 1984 (Ci vuole del genio per essere basco, sul Corriere della Sera): “Non credete agli occhiuti satelliti: essi vedono tutto, ma non la esigua deviazione, l’errore: e quell’errore è la grazia, il miracolo.”
Che considerazione si ha in Italia (stampa e mondo accademico) del tuo lavoro di traduzione dal finlandese?
Questo è un punto dolente, ma legato al modello della “trasparenza” in precedenza citato. Qui conta molto la diffusione della lingua finlandese in Italia e la modestia della ricerca nel settore. Per un traduttore da qualsiasi lingua di cultura è inevitabile fare i conti con una valutazione critica dei lettori della lingua d’arrivo. Da parte del mondo degli studiosi universitari, o della stampa specializzata. In Italia esiste un gran numero di studiosi di lingue straniere, dal russo al mandarino, pronti a reagire di fronte a una traduzione di un autore classico o moderno, ma un traduttore dal finlandese non ha diritto a questa grazia (fino ad oggi). In genere i giudizi si limitano a un aggettivo, massimo due, solitamente di garbato elogio. Altrimenti, ci si limita a citare, ma non sempre, il nome del traduttore. È un limite enorme per la stessa evoluzione della competenza dei lettori, ma anche di quella di chi traduce. Il confronto con i propri errori, o anche semplicemente la valutazione di una possibile alternativa, sono di enorme importanza per chi traduce Shakespeare o anche Paul Murray, vincitore del recente Premio Strega Europeo 2025. In quell’evento la scrittrice finlandese Iida Turpeinen presentava la versione italiana del suo romanzo Elolliset (L’ultima sirena, Neri Pozza). Viene da domandarsi: avrà avuto qualche peso, nei criteri di scelta dei giudici della commissione, la loro conoscenza della lingua d’origine e della sua storia letteraria?