Il contrabbandiere innamorato e l'acqua della vita | Jonas Jonasson | Traduzione dallo svedese di Stefania Forlani | La nave di Teseo, 2026

Argomento: Nord
Pubblicazione: 28 marzo 2026

Jonas Jonasson non ha bisogno di presentazioni: tutti conoscono il suo primo libro, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, che ha scritto debuttando a quasi cinquant’anni, dopo un passato nel giornalismo e dopo aver fondato una propria agenzia di comunicazione.

Con lui ho in comune il fatto di aver lavorato per diversi anni in tutt’altro ambito (l’informatica) e di aver cambiato carriera, nel mio caso a trentadue anni. E così, un bel giorno, mi sono ritrovata tra le mani un suo libro da tradurre: Dolce è la vendetta SpA. E poi ho continuato con Tre amici quasi geniali verso fine del mondo, con cui ho vinto il premio di traduzione Ponti sull’acqua, e con l’ultimo, Il contrabbandiere innamorato e l’acqua della vita.

Mi sono subito trovata in sintonia con la scrittura di Jonasson, forse perché il suo umorismo assomiglia al mio, o forse perché i personaggi bizzarri dei suoi libri mi ricordano persone che ho conosciuto a mia volta. Si sa, spesso la realtà supera la fantasia e basta essere buoni osservatori per raccogliere un bel campionario di caratteri da poter utilizzare in un romanzo.

I libri di Jonasson, come dichiara lui stesso, hanno sempre un lieto fine. La struttura è simile a quella delle fiabe: c’è un eroe sfortunato e vessato, un antagonista malvagio che gli mette i bastoni tra le ruote, degli aiutanti, e una storia che si dipana tra mille peripezie e avvenimenti assurdi, fino ad arrivare a una conclusione in cui l’eroe ha la meglio sull’antagonista, che viene punito per le sue malefatte. E tutti vivono felici e contenti.

A Jonasson non manca di certo la fantasia: non per niente i suoi personaggi vanno dal guerriero africano che dal Kenya si ritrova in Svezia per cercare il figlio adottivo, al sempliciotto che non sa quasi badare a sé stesso ma è capace di preparare piatti prelibati, tanto da ritrovarsi a conversare nientemeno che con Barack Obama, al conte malvagio dell’ultimo romanzo che, alla fine, cade in disgrazia e si ritrova più povero del contadino che aveva truffato.

Ma, nonostante l’apparente leggerezza dei romanzi e l’assurdità degli avvenimenti, sotto la patina della comicità troviamo riflessioni sul senso della vita, i diritti umani, il valore sociale del successo, l’ipocrisia della società.

Ammetto che, all’inizio, il primo libro di Jonasson mi ha un po’ spaventata: avevo paura di non saper rendere il suo umorismo e di perdermi per strada qualche riferimento tipico della Svezia. Ma poi ho preso confidenza con la sua scrittura e ho anche avuto il piacere di interagire con lui per chiedergli conferma di qualche mio ragionamento. Ci siamo persino conosciuti di persona dopo che l’ho invitato a un festival letterario in cui abbiamo passato un pomeriggio a parlare dei suoi libri e di come io li ho tradotti, di fronte a un folto pubblico di fan.

Dal punto di vista linguistico i suoi libri presentano diverse sfide, anche perché Jonasson li infarcisce delle imprese economiche più disparate, e quindi mi sono ritrovata, come in quest’ultimo, a dover imparare il lessico relativo alla distillazione dell’acquavite. Inoltre Jonasson è anche maestro nell’uso dei fraintendimenti e dei malapropismi e cercare di rendere la sua comicità in italiano non è sempre facile, vista la distanza tra italiano e svedese, che è sia linguistica sia culturale.

In Dolce è la Vendetta SpA uno dei personaggi, per esempio, nel riferirsi a Matisse, ripete sempre una certa frase, che dopo qualche ricerca ho scoperto essere tratta da libri per bambini molto popolari in Svezia. I libri, però, non sono mai arrivati da noi. Se avessi tradotto quella frase in maniera letterale, pur ottenendo un corrispettivo italiano corretto, non avrei avuto nessun effetto comico. Così ho deciso di far dire al personaggio: “Ah, il buon vecchio Matisse!” Si è perso qualcosa, nella traduzione? Certamente! Se il lettore svedese, leggendo la frase, la trova familiare e ride, per il lettore italiano sembra solo un intercalare tipico del personaggio, forse un po’ comico perché continua a ripeterlo, e forse evocativo del fumetto di Charlie Brown, ma l’effetto è senz’altro diverso. Mi è sembrato però un buon compromesso.

L’ultimo libro di Jonasson è ambientato nella Svezia del 1852 e quindi non solo la lingua ma anche la trama è molto particolare e legata alla storia del paese. Uno dei problemi che ho dovuto affrontare è stato l’uso dei pronomi allocutivi tra i diversi personaggi a seconda del loro rapporto e della classe sociale di appartenenza. Nella Svezia moderna ci si dà tutti del “tu” e nel romanzo, per mostrare rispetto, Jonasson usa la terza persona. Quando si tratta di sconosciuti la soluzione è semplice, ma tra genitori e figli la scelta si complica, perché un genitore apostrofa il figlio con “du” (tu) mentre il figlio risponde usando la terza persona, ma in un modo meno diretto del nostro “lei” attuale. La soluzione che ho trovato io è stata di applicare il sistema tripartito in uso all’epoca in Italia, alternando il “tu”, il “voi” e il “lei” a seconda degli interlocutori (Per aiutarmi, mi sono preparata uno schemino dei personaggi).

Ho dovuto inoltre tenere in considerazione anche il registro linguistico: nel libro sono rappresentati tutti gli stati sociali dell’epoca, e un nobile parlava diversamente da un bracciante analfabeta. Ho cercato quindi di adeguare la lingua ai vari personaggi, usando qualche arcaismo, ma senza esagerare per non perdere l’effetto comico dei dialoghi.

I romanzi di Jonasson contengono una satira della società attuale. Ne Il contrabbandiere innamorato e l’acqua della vita Jonasson usa il passato per criticare la mentalità dell’epoca evidenziando comportamenti che, quasi duecento anni dopo, non abbiamo ancora abbandonato. Gli eroi, quindi, i “buoni” del racconto sono molto ironici quando si rivolgono a coloro che detengono il potere, parlano con deferenza ma allo stesso tempo li prendono in giro. Anche in questo caso le differenze tra svedese e italiano richiedono attenzione, per mantenere la comicità delle scene.

In definitiva, tradurre Jonas Jonasson è molto più che trasporre parole. Ogni libro è una nuova avventura: che si tratti di un guerriero keniano o di una ragazza intraprendente e femminista del 1852, il mio compito resta quello di cercare di riprodurre il suo umorismo così nordico con la maggior naturalezza possibile.

Se nel tradurre le sue storie sono riuscita a far sorridere I lettori quanto ho sorriso io davanti allo schermo, allora la missione può dirsi compiuta.