Pajtim Statovci, scrittore europeo senza confini
di Nicola Rainò
Pajtim Statovci non è più un narratore emergente nel panorama della letteratura europea contemporanea. Dopo il successo del suo terzo romanzo, Bolla, che gli era valso il Premio Finlandia per la letteratura del 2019, il più giovane a ricevere questo riconoscimento, ha vinto lo stesso premio nel 2024 con Lehmä synnyttää yöllä (La mucca partorisce di notte) in traduzione italiana presso l’editore Sellerio.
Un perfetto esempio di scrittore transculturale, essendo nato in Kosovo nel 1990, poi cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni.
Leggendo i romanzi di Statovci viene un nodo in gola. Viene da domandare, a noi stessi e non solo: ci ricordiamo degli anni ’90, poco più di trent’anni fa, quando le coste della Puglia vennero invase da migliaia e migliaia di carrozzoni del mare sgangherati, e si trattava prevalentemente di albanesi, tutti “profughi economici”, ma anche tutti “clandestini” dichiarati? Non c’erano Ong, all’epoca, ad accompagnarli nei porti. Arrivavano a grappoli sui ponti e le torrette di vascelli fantasma e si lanciavano in mare appena avvistata la costa. Una euforia di naufragi che vide gli italiani, in particolare la gente di Bari, Brindisi e Otranto, offrire un aiuto a tanti disperati che avevano negli occhi fame, di tante cose.
Le storie di Pajtim Statovci partono sempre da quella terra dilaniata, il Kosovo delle sue origini, dandone un ritratto mai univoco: accanto all’indigenza estrema dei paesini dell’interno, l’avidità dei nuovi ricchi, di nuovi predoni, italiani compresi, e la voglia di tanti di lasciare un mondo in rovina, con due stracci addosso, affrontando rischi di ogni genere: il mare, i trafficanti. Sullo sfondo, storie e leggende animano gli incubi di questi uomini, riaffiorano animali mitologici dalle memorie dell’infanzia, per poi ricomparire, in forme più aggiornate e spaventose, anche nelle nuove patrie provvisorie, le patrie di transito.
Cosa c’era dietro quegli occhi, nell’animo di un ragazzo, pronto a lanciarsi in mare senza nessuna certezza? Nei romanzi di Statovci troviamo anche questo, la definizione transitoria di un’identità difficile, forse le ragioni di quella unità europea così difficile, ma non solo per egoismo politico. Il fatto è che l’Europa si lascia alle spalle tanti vuoti, con altrettante rimozioni: come quella degli scrittori italiani del nostro tempo. Non mi viene in mente un solo romanzo memorabile (un film sì) nell’Italia dei nostri tempi che abbia avuto il coraggio di affrontare in qualche modo le tragedie di questi decenni, dall’Albania alla Libia. Di fronte a una odissea di queste dimensioni, abbiamo visto i nostri scrittori più celebri e impegnati affollare i talk show televisivi, dicendone di ogni genere: ma perché un tema così vicino a noi italiani, di gente con cui abbiamo in comune una faccia e una razza, non riesce a trovare una voce?
Ecco, Pajtim Statovci è (anche) questa voce, e dall’interno del fenomeno ci racconta faccende sporche e inquietanti che forse ci imbarazzano, o troviamo sgradevoli. Certo non fanno salotto. Ha scritto di questo romanzo il Guardian: «Questa è l’opera di un romanziere già maturo, in una tradizione che va da Camus a Kafka, da Kadare a Kristeva. Di una bellezza brutale.» Statovci, mi viene da pensare, ha scritto anche per noi italiani una storia che avremmo dovuto scrivere noi.
Dei romanzi finora pubblicati, forse Le transizioni (titolo originario Tiranan sydän, “il cuore di Tirana”) è quello che in maniera più esplicita affronta il tema di una vita che non conosce confini. È il racconto di un giovane europeo del nostro tempo: non ha certezze, è privo di ideologie, è una persona in cerca di definizione. Non ha certezze nemmeno riguardo al suo genere. Bujar dice: Sono un ragazzo di ventidue anni, che a volte si comporta come immagina facciano gli uomini, ma può essere una giovane di Sarajevo corteggiata da uomini di ogni età. Il giovane inventa continuamente sé stesso e la propria storia, ruba il passato e l’identità delle persone che ha amato, e così si racconta a un amico o a una sconosciuta, nel resoconto di una vita trascorsa in viaggio e in fuga, dall’Albania all’America, passando per Roma, Madrid, Berlino, Helsinki. Perché, come dice lui stesso, nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle.
A partire dall’adolescenza poverissima a Tirana, la discarica d’Europa, il fanalino di coda dell’Europa, la prigione a cielo aperto più grande d’Europa, Bujar narra la sua storia in prima persona. I genitori, la sorella, l’amicizia con Agim, coetaneo e vicino di casa, rifiutato dalla famiglia per il suo orientamento sessuale. Entrambi fuori luogo in un paese devastato, sempre più dipendenti l’uno dall’altro, decidono di lanciarsi verso un futuro che gli appartenga.
Così, nella parte finale del romanzo, Bujar prepara col suo amico Agim un viaggio disperato in barca da Durazzo verso l’Italia. Sono due ulissidi che su una barchetta gracile puntano verso occidente. Hanno solo la luna a fargli compagnia. Ma hanno l’uno per l’altro.
Spingemmo la barca in mare e salimmo a bordo, e in quel momento provai per Agim tutto l’amore che si può provare per un altro essere umano, con una passione che mi lacerava, con la forza di tutti i miei pensieri. Remammo lasciandoci dietro la linea nebbiosa delle luci della città. Poi Agim afferrò la cordicella di avviamento e diede uno strappo. Il motore scoppiettò qualche volta per poi spegnersi, ma al quarto tentativo iniziò a fare le fusa come un gatto. Agim rimase accovacciato, con le ginocchia sul mento come se non avesse sentito quel rumore, poi estrasse una bussola da una tasca posteriore e, quando la barca puntò verso ovest, si premette le mani sulla fronte e dalla sua bocca iniziarono a uscire strani gemiti: stava piangendo. Io gli porsi la mano e lui me la afferrò e per un attimo se la portò al viso. Poi tirò fuori un pacchetto di sigarette e un accendino, ci sistemammo sullo stesso banco e fumammo sotto un cielo di seta nera, e procedemmo così, senza dire una parola, schiavi del buio riuscivamo a vederci a malapena. Per un po’ fu lui a reggere il timone, ogni tanto lo facevo io, rompendo il delicato fruscio della notte e fendendo la superficie del mare che pareva un pavimento appena laccato. Non importava dove saremmo finiti, perché tutti i luoghi dov’ero stato con lui erano stati una casa. (Le transizioni, Pajtim Statovci, Sellerio, pp. 197-198)
Nel romanzo successivo, Bolla, uscito per l’editore Sellerio col titolo Gli invisibili, la linea dei confini si fa più esplicita, ricalca più scopertamente quelli della guerra etnica.
Che storia è? Apparentemente la storia di due gay, uno albanese, Arshim, sposato e padre, l’altro serbo, Miloš, che diventa medico. Si innamorano negli anni ’90, a Pristina, al tempo della guerra tra i loro paesi, e vivono sulla loro pelle gli orrori del razzismo, dell’omofobia, dell’incapacità di un intero continente di fare i conti con una piaga cresciuta al suo interno.
Bolla, che è il titolo originario del romanzo, rimanda a una creatura demoniaca, un serpente. Che una volta all’anno si trasforma in un drago a più teste e sputa fuoco, quando viene liberato, e vivendo in mezzo a noi assume il nome di kulshedra. Il resto del tempo vive nascosto in un antro buio.
Se la storia di Arshim, che sa essere tenero col suo amante e tirannico con la moglie, è un filo che si può seguire senza fatica, molto più enigmatica e affascinante (dal punto di vista narrativo) è quella di Miloš. La sua storia trapela poco a poco attraverso i capitoli in cui leggiamo estratti di un suo diario/lettera scritto nel 2000, che interrompono la narrazione di Arsim. Da questi frammenti, che diventano progressivamente sempre meno coerenti, si capisce che Miloš, dopo essere stato abbandonato da Arshim, che emigra in un paese nordico con la famiglia, si era arruolato ed era andato in guerra, dove era stato ferito e torturato, e infine ricoverato in un ospedale psichiatrico. Lì aveva scritto le pagine del diario.
Il lettore viene a sapere, ma solo un po’ alla volta, che Miloš era stato a suo tempo vittima di abusi sessuali da parte del padre e del fratello, abusi che avevano spinto la sorella al suicidio, ed erano stati la causa della sua fuga dal paesino natale e della reticenza a parlare della famiglia.
Miloš però, ed è questo che intriga il lettore, non è un narratore affidabile. In un capitolo sostiene di avere ucciso la sua famiglia dando fuoco alla casa prima di fuggire, ma successivamente lo nega. In questo senso il suo diario mette in discussione l’insieme della storia, interviene periodicamente a contrappuntare il lavoro del narratore, fornisce al lettore inciampi utili per dubitare di quanto ha messo insieme fino a quel momento.
Qualche parolina devo provare a scriverla, per tenere la testa al suo posto e non farla scoppiare. Nascondo il quaderno qui sotto il pavimento del mio rifugio perché nessuno lo trovi anche se arrivano a trovare me. Questa non è una vita da uomini. Un uomo ha bisogno di altri uomini, di qualcuno a cui parlare. Mi sforzo di fare tante flessioni, di muovere i muscoli, ma io non sono più un uomo, sono morto.
Sembrerebbero parole di Miloš, e invece sono di qualcuno che gli somiglia molto: è Hans Pekk di Erik, contadino estone, altro personaggio “del sottosuolo”, presente nella Purga di Sofi Oksanen, che scrive dal suo rifugio brevi note, anch’esse destinate a scombinare la logica del racconto.
Mi auguro che, col tempo, arriveranno nuovi studiosi in grado di riconoscere quanto la tecnica narrativa della Oksanen abbia innovato la scrittura del romanzo in Finlandia, introducendo tecniche di decostruzione del racconto che più di uno scrittore, Statovci di sicuro, hanno adottato. E fa riflettere, più di vent’anni dopo, il fatto che i romanzi di Pajtim destino tanto interesse sui media italiani, e anche tra i lettori, mentre il grande romanzo di Sofi Oksanen sia stato semplicemente ignorato. (Chi si occupa di ricezione della letteratura, e qualcuno, in qualche corso di laurea, ci deve essere, potrebbe usare questo caso assai proficuamente.)
Qui il vero protagonista della storia non è un Romeo o l’altro (come è stato sottolineato nelle recensioni italiane), ma il paesaggio in cui tutto avviene. Le città devastate, il manicomio, in definitiva la perdita, della patria come dell’amore, le conseguenze della guerra.
Statovci ha raccontato, qui come in Transizioni, il paesaggio non di Pristina, ma di un’Europa senza identità, in cui una bolla di violenza e di pregiudizio scoppia periodicamente, e le figurine che la popolano, noi come Arshim e Miloš, ci ritroviamo a viaggiare, a vagare, a nasconderci, soprattutto la testa, per non vedere quanto accade. C’è un serpente nel mio paradiso, dice Dio all’inizio del romanzo. Quel serpente c’è ancora e sempre, suggerisce lo scrittore. E non gli va fatto troppo credito quando dice che l’ha pescato nella mitologia del suo popolo. Perché quel Minotauro esiste da sempre, è storia nostra e non solo degli albanesi.
Coi suoi personaggi che vagano tra Kosovo, Italia, Spagna, America, Statovci ci dice che oggetto della sua meditazione non è “il confine” tra un Paese e l’altro, ma quello dentro ciascuno di noi: il pregiudizio, il rifiuto dell’altro, la diversità.
In un’intervista del 2025 su La Rondine ha spiegato chiaramente il senso della sua opera:
«Nel corso della mia breve carriera di scrittore, diversi giornalisti mi hanno posto domande su migrazione, razzismo, nazionalità e situazione in Medio Oriente. Ascoltare queste domande è piuttosto frustrante, perché so che mi vengono poste solo per via del mio background, perché una volta ero un profugo anch’io. E ciò mi rattrista molto, perché essere uno straniero non ti rende un esperto di culture e migrazioni. Non lo fa scrivere una storia su una famiglia albanese che chiede asilo in Finlandia.
Tutto ciò è conseguenza dello stesso problema, fondamentalmente, di come uno scrittore venga visto come rappresentante del mondo in cui ha ambientato le sue storie. Per me, la creazione letteraria è uno scenario in cui ambientare una questione che mi preoccupa, mi pesa, e mi frustra. Non racconto una storia per spiegare niente a nessuno, per fornire al mio pubblico una chiave di lettura. Quello che posso dare è una storia, una storia in mezzo a milioni e milioni di altre storie, e i miei personaggi sono personaggi miei, le loro storie sono storie scritte da me senza eccezioni, e queste persone, e le loro origini, hanno diritto a questo punto di vista.»