Madri e figli | Theodor Kallifatides | Traduzione dallo svedese di Carmen Giorgetti Cima | Voland, 2026

Le radici greche e la mitica Colchide di Medea

La letteratura greca è per tradizione grecocentrica visto che raramente racconta storie che si svolgono al di fuori del paese. Ci sono scrittori che raccontano storie molto spesso grecocentriche ma scritte all’estero. Tra loro, Theodor Kallifatides, scrittore greco che risiede in Svezia e che ha un grande successo per i suoi libri usciti in Grecia, in Italia e in altri paesi, tradotti ottimamente dallo svedese in cui sono scritti.

Tra i suoi libri, Madri e figli è il racconto dell’immigrato che fa ritorno ad Atene per rivedere la madre e il resto della famiglia. Soffre perché non riesce a tenere a bada “il demone della scrittura”. Allo stesso modo di una sua vecchia amica convinta che Dostoievski l’abbia resa un essere umano e Cechov una donna, l’autore viene dominato dalla “voglia di copiarla”. Ed ecco quindi che “mio padre mi ha reso umano e mia madre uno scrittore”. Ma la mamma è ormai morta e sulla via del ritorno domina il ricordo della famiglia con una madre nata nel Peloponneso e impegnata fortemente a sistemare la casa mettendo ordine dappertutto. Il padre invece, anche lui oramai defunto, era uno dei greci non islamici dell’Asia Minore che nel 1922 erano riusciti a salvarsi dalle feroci stragi dei turchi scappando in fretta e per tempo verso la Grecia. Lo scrittore ricorda con nostalgia e commozione i suoi genitori e il loro affetto verso di lui quando era ragazzo.

Nel suo pensiero comincia a prevalere l’Asia Minore da cui emergono frammenti di memoria famigliare: il cognome Kallifatides, derivato dal termine turco kalafat (calafato), in onore del nonno che riparava imbarcazioni, oppure a quale fosse il loro villaggio in Asia Minore e nel Mar Nero. Un legame profondo che richiama le radici greche più antiche, evocando la mitica Colchide di Medea, situata proprio in quelle terre.

Così si spiega l’amore del padre per la storia di Giasone. Come tutti i membri della famiglia, era anche lui analfabeta e sentiva i racconti dei miti antichi e delle leggende bizantine insieme ai suoi fratelli. Alcuni di loro fuggiti in Russia con i bolscevichi, e uno zio emigrato negli Stati Uniti, di cui Kallifatides ci racconta le sue avventure nel fargli visita a New York.

La riflessione passa dai genitori e famigliari alla vita dello scrittore negli anni precedenti. Nel 1908 aveva completato gli studi liceali ed era stato impiegato come insegnate in vari villaggi turchi in cui c’erano ancora delle comunità greche. In seguito il racconto si confonde e lo scrittore Kallifatides diventa suo padre e vive la sua avventura nella Turchia repubblicana. Il racconto si sposta in Grecia con lo scrittore bambino, in famiglia, con il padre che si impegna a controllare la sua attività a scuola e la madre preoccupata per il doveroso consumo di cibo. Tutto sotto lo sguardo vigile dei nonni che osservano e giudicano l’educazione del bambino.

A metà del racconto siamo nell’Atene di oggi. Lo scrittore protagonista fa una passeggiata lungo un viale vicino casa mia. Ho letto molto attentamente la sua descrizione e ho fatto anch’io un giro nella stessa zona, ma non ho incontrato gli albanesi che ha visto lui. Ho visto però grandi forze di polizia attorno alla zona Prosfygikà, un antico complesso residenziale costruito per ospitare i profughi provenienti dalla Turchia, una comunità felice e unita, oggi calpestata dalle mire del premier, intenzionato a sgomberare gli abitanti per trasformare le loro case in un complesso turistico.

Dimitri Deliolanes

Editore di Madri e figli | Theodor Kallifatides | Traduzione dallo svedese di Carmen Giorgetti Cima | Voland, 2026